Licenziamento collettivo: specificazione delle unità produttive da sopprimere

Il datore di lavoro può circoscrivere ad una unità produttiva la platea dei lavoratori da licenziare ma deve indicare nella comunicazione prevista dalla legge, sia le ragioni che limitino i licenziamenti ai dipendenti dell’unità o settore in questione, sia le ragioni per cui non ritenga di ovviarvi con il trasferimento ad unità produttive vicine, ciò al fine di consentire alle organizzazioni sindacali di verificare l’effettiva necessità dei programmati licenziamenti.

Quindi il datore di lavoro può circoscrivere ad una unità produttiva la platea dei lavoratori da licenziare ma deve indicare nella comunicazione suddetta, sia le ragioni che limitino i licenziamenti ai dipendenti dell’unità o settore in questione, sia le ragioni per cui non ritenga di ovviarvi con il trasferimento ad unità produttive vicine, ciò al fine di consentire alle organizzazioni sindacali di verificare l’effettiva necessità dei programmati licenziamenti. Qualora, nella comunicazione si faccia generico riferimento alla situazione generale del complesso aziendale, senza alcuna specificazione delle unità produttive da sopprimere, i licenziamenti intimati sono illegittimi per violazione dell’obbligo di specifica indicazione delle oggettive esigenze aziendali.
È ormai consolidato il il principio giurisprudenziale secondo cui, la comparazione dei lavoratori, al fine di individuare quelli da avviare alla mobilità, non deve necessariamente interessare l’intero complesso aziendale, ma può avvenire (secondo una legittima scelta dell’imprenditore ispirata al criterio legale delle esigenze tecnico – produttive) nell’ambito della singola unità produttiva, purché, peraltro, la predeterminazione del limitato campo di selezione sia giustificata dalle suddette esigenze tecnico-produttive ed organizzative che hanno dato luogo alla riduzione del personale; deve escludersi la sussistenza di dette esigenze ove i lavoratori da licenziare siano idonei – per acquisite esperienze e per pregresso e frequente svolgimento della propria attività in altri reparti dell’azienda con positivi risultati – ad occupare le posizioni lavorative di colleghi addetti ad altri reparti o sedi.
La delimitazione della platea dei lavoratori destinatari del provvedimento di messa in mobilità o di licenziamento è condizionata agli elementi acquisiti in sede di esame congiunto nel senso cioè che, laddove non emerga il carattere infungibile dei lavoratori collocati in CIGS o comunque in difetto di situazioni particolari evidenziate sempre in sede di esame congiunto, la scelta deve interessare i lavoratori addetti all’intero complesso.

Rimodulati i contributi da versare alla Cassa Edile di Napoli

La Cassa Edile di Napoli pubblica le nuove contribuzioni in vigore dal 1° ottobre 2020, rimodulate per effetto dell’inizio dell’operatività del Fondo Sanedil

La Cassa Edile della Provincia di Napoli informa che dall’1/10/2020 ha inizio l’operatività del fondo Sanedil, come comunicato dalla CNCE. Pertanto, dalla stessa data, la Cassa non erogherà le cosiddette prestazioni sanitarie, che saranno interamente amministrate dal fondo Sanedil.
Conseguentemente, varia la tabella contributiva rimodulata in alcune singole voci, ma uguale nel totale complessivo (il “contributo Fondo Sanitario Operai” è elevato da 0.35 a 0.60; il “contributo Cassa Edile” è ridotto da 2.50 a 2.25).

Descrizione Contributo

A Carico Impresa %

A Carico Operaio %

TOTALE

Anzianità Professionale Edile (A.P.E.) 2,70 2,70
Fondo Mutualizzazione Oneri Imprese Prevedi (Fo.M.O.I.P.) 0,10 0,10
Cassa Edile (5/6 impresa – 1/6 operai) 1,875 0,375 2,25
Centro Formazione e Sicurezza (C.F.S.) 1,00 1,00
Quota Adesione Contrattuale Territoriale (Q.A.C.T.) 1,05 1,05 2,10
Quota Adesione Contrattuale Nazionale (Q.A.C.N.) 0,22 0,22 0,44
Fondo di premialità 0,18 0,18
     
Contributo fondo incentivo all’occupazione 0,10 0,10
Fondo prepensionamento (ex Lavori usuranti e pesanti) 0,20 0,20
     
Contributo fondo sanitario operai 0,60 0,60
Contributo fondo sanitario impiegati 0,26 0,26

Premio di risultato 2020 per le BCC siciliane

Siglato il 29/9/2020, tra la Federazione Siciliana delle Banche di Credito Cooperativo e la FIRST-CISL, la FISAC-CGIL, la UIL CA, la FABI, la UGL-SINCRA, l’accordo per l’erogazione del premio di risultato 2020 a favore dei Quadri Direttivi ed del personale delle Aree Professionali delle BCC-CRA siciliane.

Le parti convengono che in via autonoma rispetto al rinnovo del contratto integrativo regionale, al fine di consentirne il pagamento entro il mese di ottobre, il premio di risultato da erogare nell’anno 2020 (esercizio 2019) viene disciplinato utilizzando gli stessi parametri e i criteri del contratto integrativo regionale stipulalo in data 23/12/2009.

Il Premio di Risultato 2020, sarà erogato da ciascuna BCC nel mese di Ottobre 2020.
Le parti, riconoscono ai dipendenti delle BCC aderenti alla Federazione Siciliana delle BCC, nonché ai dipendenti della Federazione stessa, che abbiano reddito IRPEF inferiore ad 80.000 euro, ed entro il limite dell’importo complessivo di 3.000 euro lordi, la possibilità di optare, volontariamente, in tutto o in parte, per il versamento dell’importo maturato a titolo di Premio di Risultato 2020 alla propria posizione contributiva presso il Fondo Pensione Nazionale.
L’importo definito a titolo di Premio di Risultato, sarà maggiorato del 20%, a carico dell’Azienda, per quella quota che i dipendenti opteranno, come sopra, per il versamento al Fondo Pensione Nazionale.
I dipendenti interessati a tale opzione dovranno esprimere la loro scelta entro e non oltre il 10/10/2020, comunicando tale decisione all’ufficio del personale della propria Azienda.
Le parti dichiarano che le somme erogate in forza del presente accordo a titolo di Premio di risultato 2020 ai dipendenti delle Aziende aderenti alla Federazione siciliana delle Banche di Credito Cooperativo, nonché ai dipendenti della Federazione stessa, essendo riconducibili ad incrementi di produttività e redditività, in relazione ai risultati riferibili all’andamento economico, sono assoggettate alla normativa previdenziale e fiscale vigente in materia di tassazione agevolata e sgravi contributivi a favore delle somme erogale in esecuzione di contralti collettivi di lavoro sottoscritti a livello aziendale o territoriale a titolo di retribuzione di produttività.

Tabella PdR 2020

ABI

Banca di Credito Cooperativo

P.d.R. 2019

N. DIP

Premio Medio

7078 Dei Castelli e degli Iblei di Mazzarino 178.679,08 33,00 5.414,52
7080 Credito Etneo 135.503,55 47,50 2.852,71
7108 Agrigentino 27.639,85 16,30 1.695,70
8071 Valledolmo      
8341 Altofonte e Caccamo 8.677,33 21,00 413,21
8601 Valle del Torto 9.018,13 25.00 360,73
8713 Pachino 114.757,44 101,00 1.136,21
8800 San Biagio Platani (trattato a parte cfr. sotto)      
8913 Della Valle del Fitalia di Longi 13 049,82 19,00 686,83
8946 Banca Don Rizzo C.C. Sic Occid 219.955,57 108,00 2.036,63
8947 Don Stella di Resuttano 21.924,91 6,00 3.654,15
8952 G. Toniolo di San Cataldo 410.005,66 108,00 3.796,35
8954 La Riscossa di Regalbuto      
8958 Mutuo Soccorso di Gangi 15.233,77 20,00 761,69
8969 Banca San Francesco di Canicattì 48.357,28 86,00 562,29
8975 San Giuseppe di Mossomeli 36.808,00 12,00 3.067,33
8976 San Giuseppe di Petralia Sottana 17.727,68 32,00 553,99
8979 San Michele di Caltanlssetta e Pietraperzia 31.160,06 48,00 649,17
8985 Banca Sicana     686,83
TOTALI 1.288.498,13 682,8  

Le BCC di Mazzarino e di San Cataldo superano il limite max del 200% del PdR medio regionale.
La BCC di San Biagio Platani anche se In Amministrazione Straordinaria fino la 30/9/2020 percepisce il P.d.R. a seguito accordo di fusione del 22/9/2020 e verrà erogato dalla BCC Toniolo incorporante.
Le BCC di Valledolmo e Regalbuto non percepiscono il PDR per chiusura del Bilancio 2019 in perdita.
La Banca Sicana non percepisce il PDR per accordo procedura ex art. 22 con riduzione costo del personale fino all’1/3/2021

ABI

Banca di Credito Cooperativo

P.d.R. 2019

N. DIP

Premio Medio

8800 San Biagio Platani 20.927,99 25,00 837,12

 

Nuove disposizioni in materia di immigrazione, protezione internazionale e complementare

Il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Giuseppe Conte e del Ministro dell’interno Luciana Lamorgese ha approvato un decreto-legge che introduce disposizioni urgenti in materia di immigrazione, protezione internazionale e complementare, modifica agli articoli 131-bis e 588 del codice penale, nonché misure in materia di divieto di accesso agli esercizi pubblici ed ai locali di pubblico trattenimento e di contrasto all’utilizzo distorto del web (Comunicato Presidenza Consiglio dei ministri n. 65/2020).

Apportando modifiche alla disciplina vigente, il provvedimento inteviene, tra l’altro, in materia di requisiti per il rilascio del permesso di soggiorno per esigenze di protezione del cittadino straniero, di limiti all’ingresso e transito di unità navali in acque territoriali italiane e di inapplicabilità della causa di non punibilità per “particolare tenuità del fatto” ad alcune fattispecie di reato.
Con riferimento alla protezione internazionale degli stranieri, la normativa vigente – come si ricorderà – prescrive il divieto di espulsione e respingimento nel caso in cui il rimpatrio determini, per l’interessato, il rischio di tortura. Con il nuovo intervento normativo, si aggiunge a questa ipotesi il rischio che lo straniero sia sottoposto a trattamenti inumani o degradanti e se ne vieta l’espulsione anche nei casi di rischio di violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare. In tali casi, viene rilasciato il permesso di soggiorno per protezione speciale.
Il decreto legge affronta anche il tema della convertibilità dei permessi di soggiorno rilasciati per altre ragioni in permessi di lavoro: alle categorie di permessi convertibili già previste, si aggiungono quelle di protezione speciale, calamità, residenza elettiva, acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide, attività sportiva, lavoro di tipo artistico, motivi religiosi e assistenza ai minori.
Il provvedimento riforma anche il sistema di accoglienza destinato ai richiedenti protezione internazionale e ai titolari di protezione. Si prevede un nuovo “Sistema di accoglienza e integrazione”. Le attività di prima assistenza continueranno ad essere svolte nei centri governativi ordinari e straordinari. Successivamente, il Sistema si articolerà in due livelli di prestazioni, il primo dedicato ai richiedenti protezione internazionale, il secondo a coloro che ne sono già titolari, con servizi aggiuntivi finalizzati all’integrazione.
Il decreto legge interviene poi sulle sanzioni relative al divieto di transito delle navi nel mare territoriale: nel caso in cui ricorrano i motivi di ordine e sicurezza pubblica o di violazione delle norme sul traffico di migranti via mare, il provvedimento di divieto sarà adottato, su proposta del Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro della difesa e con il Ministro delle infrastrutture, previa informazione al Presidente del Consiglio. Per le operazioni di soccorso, la disciplina di divieto non si applicherà nell’ipotesi in cui vi sia stata la comunicazione al centro di coordinamento ed allo Stato di bandiera e siano rispettate le indicazioni della competente autorità per la ricerca ed il soccorso in mare. In caso di violazione del divieto, come previsto dalla disciplina vigente del Codice della navigazione, si procederà alla reclusione fino a due anni ed alla comminazione di una multa da 10.000 a 50.000 euro. Le sanzioni amministrative introdotte in precedenza sono pertanto eliminate.
Al fine di potenziare i dispositivi a garanzia della sicurezza pubblica, si implementano le misure del divieto di ingresso nei pubblici esercizi e nei locali di pubblico trattenimento o nelle loro adiacenze, nonché le misure di contrasto al fenomeno dello spaccio di stupefacenti attraverso siti web.
Nel primo caso, si rafforza il cosiddetto “Daspo urbano”, rendendo possibile per il Questore l’applicazione del divieto di accesso nei locali pubblici anche nei confronti dei soggetti che abbiano riportato una o più denunce o una condanna non definitiva, nel corso degli ultimi tre anni, relativamente alla vendita o cessione di sostanze stupefacenti o psicotrope. Inoltre, si interviene sul trattamento sanzionatorio conseguente alla violazione del divieto, prevedendo, in particolare, la pena della reclusione da sei mesi a due anni e la multa da 8.000 a 20.000 euro.
Con il secondo intervento, si estende il meccanismo dell’oscuramento, già utilizzato per il contrasto alla pedopornografia online, a quei siti che, sulla base di elementi oggettivi, devono ritenersi utilizzati per la commissione di reati in materia di stupefacenti.
Si inaspriscono, inoltre, le pene per i soggetti coinvolti in risse, prevedendo che, qualora qualcuno resti ucciso o riporti lesioni personali, il solo fatto della partecipazione alla stessa sia punibile con la reclusione da sei mesi a sei anni.
Si stabilisce, infine, un rafforzamento delle sanzioni applicate in caso di comunicazioni dei detenuti sottoposti alle restrizioni di cui all’articolo 41-bis della legge n. 354 del 1975 e si prevede una nuova fattispecie di reato che sanziona chi introduce o detiene all’interno di istituti penitenziari telefoni cellulari o dispositivi mobili di comunicazione.

Promessa di assunzione e risarcimento del danno, i criteri di interpretazione dell’accordo

In materia di interpretazione degli accordi, la necessità di ricostruire la comune intenzione delle parti stipulanti implica che il dato testuale del contratto, pur rivestendo un rilievo centrale, non è necessariamente decisivo ai fini della ricostruzione dell’accordo, dovendosi considerare tutti gli ulteriori elementi extra-testuali. Così, la comune intenzione delle parti desunta dal loro comportamento, anche successivo al contratto, è un criterio integrativo di quello letterale, nel senso che serve a chiarirlo, e non già alternativo ad esso o, peggio, sussidiario (Corte di Cassazione, ordinanza 05 ottobre 2020, n. 21317)

Una Corte di appello territoriale, confermando la pronuncia resa dal Giudice di prime cure, aveva respinto la domanda proposta da un lavoratore al fine di accertare il suo diritto ad essere assunto da una Società, sulla base di un verbale conciliativo stipulato in sede sindacale, dalla data di cessazione di un periodo di malattia, ed al risarcimento del danno corrispondente alle retribuzioni spettanti.
Ad avviso della Corte, l’accordo conciliativo era da qualificarsi quale contratto preliminare e consentiva al lavoratore la proroga della data di assunzione, proroga tempestivamente richiesta e correttamente documentata tramite invio di certificati. Tuttavia, l’inerzia tenuta dal medesimo per circa quattro anni, seppur insufficiente a provare la volontà di rinuncia alla costituzione del rapporto di lavoro, era sintomatica del disinteresse allo svolgimento della prestazione con conseguente insussistenza di un pregiudizio da risarcire.
Avverso la sentenza la Società propone così ricorso in Cassazione, lamentando violazione e falsa applicazione delle norme in materia di interpretazione degli atti negoziali (artt. 1362 e seguenti c.c.). In particolare, la medesima rileva che l’uso nel verbale conciliativo del termine “preavviso”, per consentire una eventuale proroga della data di assunzione, riguardava il caso di eventuali proroghe della scadenza del contratto a termine intrattenuto con il precedente datore di lavoro e non per altre ragioni arbitrarie, come la malattia. Dunque, a fronte di un tenore letterale chiaro e incontrovertibile, non vi era alcun bisogno di ricorrere al criterio del comportamento successivo delle parti, concernente la richiesta della Società di fornire i certificati medici relativi allo stato di malattia.
Per la Suprema Corte il ricorso non è fondato. Difatti, senza indicare l’errore ermeneutico compiuto dalla sentenza impugnata, il ricorrente censura l’interpretazione data dalla Corte territoriale alla clausola dell’accordo, sostenendo che il termine “preavviso” doveva essere riferito solamente alle vicende riguardanti il rapporto a termine in corso con il precedente datore di lavoro.
In materia di interpretazione del contratto, i criteri ermeneutici (artt. 1362 e seguenti, c.c.) sono governati da un principio di gerarchia interna in forza del quale i canoni strettamente interpretativi prevalgono su quelli interpretativi-integrativi, tanto da escluderne la concreta operatività laddove l’applicazione dei primi risulti, da sola, sufficiente a rendere palese la “comune intenzione delle parti stipulanti”.
Tuttavia, la necessità di ricostruire quest’ultima senza “limitarsi al senso letterale delle parole”, ma avendo riguardo al “comportamento complessivo” dei contraenti, comporta che il dato testuale del contratto, pur rivestendo un rilievo centrale, non è necessariamente decisivo ai fini della ricostruzione dell’accordo. In altri termini, il significato delle dichiarazioni negoziali non è un “prius”, ma l’esito di un processo interpretativo che non può arrestarsi al tenore letterale delle parole, ma deve considerare tutti gli ulteriori elementi, testuali ed extra-testuali, indicati dal Legislatore (Corte di Cassazione, sentenza n. 14432/2016).
Così, la comune intenzione delle parti desunta dal loro comportamento, anche successivo al contratto, è un criterio integrativo di quello letterale, nel senso che serve a chiarirlo, e non già alternativo ad esso o, peggio, sussidiario (Corte di Cassazione, sentenza n. 24560/2016).
Orbene, nella sentenza impugnata è congrua e plausibile la ricognizione della comune volontà delle parti contraenti, alla luce del complessivo regolamento negoziale, in quanto si pone correttamente in risalto che il contenuto contrattuale faceva effettivamente riferimento al “preavviso” per individuare la data di assunzione e di eventuale proroga (e non al rapporto di lavoro a termine con il precedente datore di lavoro, peraltro non suscettibile di alcun preavviso) e che tale interpretazione era confortata dal comportamento successivo delle parti, con la comunicazione del lavoratore dello stato di malattia e della conseguente richiesta della Società, dell’invio della relativa documentazione.