Termine di decadenza semestrale per i pagamenti diretti della CIG in deroga

L’INPS con la circolare 22 agosto 2019, n. 120 illustra la disciplina che ha previsto l’estensione del termine decadenziale di sei mesi ai pagamenti diretti dei trattamenti di integrazione salariale in deroga.

Il comma 6-ter dell’articolo 44 del D.lgs n. 148/2018 prevede una nuova disciplina in materia di decadenza in caso di pagamento diretto, da parte dell’INPS, dei trattamenti di integrazione salariale in deroga.
Per i trattamenti di integrazione salariale in deroga, in caso di pagamento diretto della prestazione da parte dell’INPS, il datore di lavoro è obbligato ad inviare all’Istituto tutti i dati necessari per il pagamento dell’integrazione salariale, secondo le modalità stabilite dall’Istituto, entro il termine decadenziale di sei mesi previsto per il conguaglio o la richiesta di rimborso. Trascorso inutilmente tale termine, il pagamento della prestazione e gli oneri ad essa connessi rimangono a carico del datore di lavoro inadempiente.
Ne deriva che il termine decadenziale previsto in via generale per le integrazioni salariali anticipate dal datore di lavoro, è stato esteso anche alle prestazioni pagate direttamente dall’Istituto.
Di conseguenza, il termine dei sei mesi, previsto dalla novella legislativa, entro cui il datore di lavoro è obbligato ad inviare all’Istituto tutti i dati necessari per il pagamento della prestazione salariale, per il tramite del Mod. SR41, decorre dalla fine del periodo di paga in corso alla scadenza del periodo concesso o dalla data in cui viene emesso il provvedimento di autorizzazione del trattamento da parte dell’Istituto, se successivo.
Per i trattamenti conclusi, invece, prima della data di entrata in vigore dell’articolo di legge in commento, il termine di decadenza dei sei mesi decorre dal 30 marzo 2019.
La nuova disciplina sul termine decadenziale in caso di pagamento diretto trova applicazione a tutte le tipologie di decreti di concessione di cassa integrazione guadagni in deroga, sia regionale che nazionale, inclusi quelli delle Province autonome di Trento e Bolzano, ad esclusione delle normative speciali con le quali è stata prevista la concessione di un’indennità pari al trattamento massimo di integrazione salariale (ad esempio, gli eventi sismici, le misure per il crollo del Ponte Morandi e le misure per i lavoratori del settore dei call-center).

L’INPS riconosce agevolazioni per i lavoratori di fibre ceramiche

Ai soggetti che hanno prestato attività lavorativa dipendente nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione di fibre ceramiche refrattarie si estende il beneficio previdenziale previsto in favore dei lavoratori esposti all’amianto. (INPS – Circolare 19 agosto 2019, n. 119).

Con la circolare in oggetto si forniscono le istruzioni applicative delle disposizioni che prevedono, a decorrere dall’anno 2018, il riconoscimento del beneficio previdenziale ai lavoratori che abbiano prestato la loro attività nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione di fibre ceramiche refrattarie.
Ai sensi dell’articolo 13, comma 8, della legge n. 257 del 1992, per i lavoratori che siano stati esposti all’amianto per un periodo superiore a dieci anni, l’intero periodo lavorativo soggetto all’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali derivanti dall’esposizione all’amianto, gestita dall’INAIL, è moltiplicato, ai fini delle prestazioni pensionistiche, per il coefficiente di 1,5.
A decorrere dal 1° ottobre 2003, il coefficiente stabilito dal citato comma 8 è ridotto da 1,5 a 1,25. Con la stessa decorrenza, il menzionato coefficiente moltiplicatore si applica ai soli fini della determinazione dell’importo delle prestazioni pensionistiche e non della maturazione del diritto di accesso alle medesime.
La norma in oggetto trova applicazione nei confronti dei soggetti che abbiano prestato, per almeno dieci anni, anche non consecutivi, attività lavorativa nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione di fibre ceramiche refrattarie, a prescindere dalla forma previdenziale obbligatoria a carico della quale è liquidato il trattamento pensionistico con il riconoscimento del seguente beneficio.
Il beneficio riconosciuto dalla norma in commento consiste nella rivalutazione dei periodi di lavoro svolto:
a. fino al 30 settembre 2003, nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione di fibre ceramiche refrattarie, per il coefficiente dell’1,5, ai fini del diritto e della misura del trattamento pensionistico;
b. successivamente al 30 settembre 2003, nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione di fibre ceramiche refrattarie, per il coefficiente dell’1,25, ai fini della misura del trattamento pensionistico.
Il beneficio è riconosciuto al momento della liquidazione della pensione, anche con il cumulo dei periodi assicurativi con decorrenza successiva al 31 dicembre 2017.
Ai fini della misura del trattamento pensionistico, il beneficio è riconosciuto solo sulla quota di pensione calcolata con il sistema retributivo.
Ai soggetti destinatari di benefici previdenziali che comportino, rispetto ai regimi pensionistici di appartenenza, l’anticipazione dell’accesso al pensionamento, ovvero l’aumento dell’anzianità contributiva, è data facoltà di optare tra i predetti benefici e quello di cui al presente punto. L’opzione è esercitata al momento della presentazione della domanda di pensionamento.
Per conseguire la pensione con il riconoscimento del beneficio sopra indicato, gli interessati in possesso dei prescritti requisiti devono presentare, unitamente alla domanda di pensione, la documentazione attestante lo svolgimento dell’attività lavorativa dipendente nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione di fibre ceramiche refrattarie per il periodo indicato dalla norma.
In fase di compilazione e trasmissione della domanda di pensione, per il riconoscimento del beneficio in argomento, è necessario selezionare – nella sezione “Dichiarazioni”, sotto “Richieste aggiuntive”, “Richieste particolari agevolazioni di legge” – la seguente tipologia di beneficio:
– “L’incremento dell’anzianità contributiva per i benefici previsti per i lavoratori che abbiano prestato attività lavorativa nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione di fibre ceramiche refrattarie (legge n.247/2017)”.
Inoltre, la domanda deve essere corredata dalla dichiarazione del datore di lavoro, resa su un apposito modello (AP138) predisposto dall’INPS, reperibile on line sul sito www.inps.it nella sezione “Tutti i moduli” > “Assicurato/Pensionato”, attestante i periodi di svolgimento delle attività nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione in argomento resi alle proprie dipendenze, con indicazione del contratto collettivo applicato, del livello di inquadramento attribuito, e delle mansioni svolte.
In caso di mancanza della suddetta dichiarazione per impossibilità oggettiva, per cessazione dell’attività, del datore di lavoro, il lavoratore può allegare alla domanda una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, attestante i periodi di svolgimento delle attività nei reparti di produzione degli stabilimenti di fabbricazione in argomento, con indicazione del contratto collettivo applicato, del livello di inquadramento attribuito, e delle mansioni svolte.

Contributi all’Inps se non c’è la copertura Inarcassa

Con la recente Ordinanza n. 20571 del 31 luglio 2019, la Corte di Cassazione ha affermato che qualora l’ingegnere o l’architetto non sia iscritto all’Inarcassa perché svolge l’attività libero-professionale in concomitanza con l’attività di lavoro dipendente è obbligato al versamento dei contributi alla gestione separata dell’Inps.

L’INPS ha disposto l’iscrizione d’ufficio alla Gestione Separata nei confronti dell’ingegnere che in concomitanza all’attività libero-professionale svolgeva anche attività di lavoro dipendente, contestando altresì l’omesso versamento dei contributi in relazione all’attività libero-professionale.
Il Tribunale adito ha confermato la legittimità della contestazione operata dall’INPS.
Su ricorso dell’ingegnere, la Corte di Cassazione ha preliminarmente osservato che in base allo statuto dell’INARCASSA, gli ingegneri e gli architetti che siano iscritti ad altre forme di previdenza obbligatorie (come quella per lavoro dipendente), non possono essere iscritti all’ente previdenziale di categoria, e restano obbligati esclusivamente al versamento del “contributo integrativo” calcolato sul fatturato, che ha funzione solidaristica.
Per quanto concerne l’iscrizione alla Gestione Separata dell’INPS, in considerazione della ratio universalistica delle tutele previdenziali stabilita dalla normativa di riferimento, con norma di interpretazione autentica è stato chiarito che l’obbligo sussiste per i soggetti che svolgono attività il cui esercizio non sia subordinato all’iscrizione ad appositi albi professionali, ovvero attività non soggette al versamento contributivo agli enti di categoria, in base ai rispettivi statuti e ordinamenti. Di conseguenza, restano esclusi dall’obbligo di iscrizione alla Gestione Separata Inps coloro che sono tenuti, presso gli enti previdenziali di categoria, al versamento di contributi suscettibili di costituire in capo al lavoratore autonomo una correlata prestazione previdenziale.
In conclusione, secondo i giudici della Suprema Corte, per gli ingegneri e gli architetti che in concomitanza con all’attività libero-professionale svolgono anche attività di lavoro dipendente, deve affermarsi la sussistenza dell’obbligo di iscrizione alla Gestione Separata dell’Inps ed al relativo versamento di contributi, in considerazione del fatto che il cd. “contributo integrativo” cui sono tenuti in ragione dell’iscrizione all’albo ha funzione esclusivamente solidaristica.

Socio-amministratore e abituale ingerenza nel ciclo produttivo, gli elementi di valutazione ai fini Inps

Socio-amministratore e abituale ingerenza nel ciclo produttivo, gli elementi di valutazione ai fini Inps

Ai fini dell’iscrizione del socio amministratore di SRL alla Gestione commercianti, la prova del personale apporto all’attività di impresa, con diretta ed abituale ingerenza dell’amministratore nel ciclo produttivo della stessa, deve essere fornita dall’Inps e valutata dal giudice di merito in modo puntuale e rigoroso, sulla base di precisi elementi, quali: la complessità o meno dell’impresa, l’esistenza o meno di dipendenti e/o collaboratori, la loro qualifica e le loro mansioni (Corte di Cassazione, ordinanza 26 luglio 2019, n. 20372).

Una Corte d’appello territoriale, confermando la decisione resa dal Tribunale di prime cure, aveva accolto l’opposizione proposta da un socio amministratore di SRL nei confronti dell’Inps, avverso la cartella esattoriale notificata per la riscossione di contributi e sanzioni per mancata iscrizione alla Gestione commercianti. La Corte territoriale aveva ritenuto la non ravvisabilità dei presupposti per la iscrizione del socio, già iscritto come amministratore alla Gestione separata (art. 2, co. 26, L. n. 335/1995), anche alla Gestione commercianti, non risultando l’attività lavorativa svolta dal medesimo nell’ambito di SRL, caratterizzata dal requisito della prevalenza con riguardo all’opera prestata nelle altre Società di cui era amministratore.
Ricorre così in Cassazione l’Inps, lamentando la non conformità a diritto della pronunzia della Corte di merito, in quanto la partecipazione al lavoro aziendale è riconducibile l’espletamento, oltre che di un’attività esecutiva o materiale, anche di un’attività organizzativa e direttiva, tuttavia distinguibile dall’attività di amministratore della società e destinata a concretarsi nel compimento di alcuni atti tipici riservati dalla legge.
Per la Suprema Corte il motivo non è fondato. L’esercizio di attività di lavoro autonomo, soggetto a contribuzione nella Gestione separata, che si accompagna all’esercizio di attività di impresa commerciale, artigiana o agricola, la quale di per sé comporti l’obbligo dell’iscrizione alla relativa gestione assicurativa presso l’Inps, non è regolato dal principio dell’attività prevalente, trattandosi di attività distinte e, sotto questo profilo, autonome, sicché parimenti distinto ed autonomo resta l’obbligo assicurativo nelle rispettive gestioni. Pertanto, deve ritenersi che ognuna delle due distinte attività debba essere valutata, ai fini dell’esistenza dell’obbligo contributivo secondo gli ordinari criteri, cosicché la sussistenza di un’attività comportante l’obbligo contributivo nei confronti della Gestione commercianti va valutata con i criteri che le sono propri (art. 1, co. 203, L. n. 662/1996).
Orbene, la verifica della sussistenza dei requisiti di legge per tale “coesistenza” è compito del giudice di merito e deve essere effettuata in modo puntuale e rigoroso, potendo assumere rilevanza ai fini di tale valutazione e, quindi, della prova del personale apporto all’attività di impresa con diretta ed abituale ingerenza dell’amministratore nel ciclo produttivo della stessa, elementi quali: la complessità o meno dell’impresa, l’esistenza o meno di dipendenti e/o collaboratori, la loro qualifica e le loro mansioni. Quanto all’onere probatorio, che secondo le ordinarie regole grava sull’ente previdenziale, tenuto a provare i fatti costitutivi dell’obbligo contributivo, esso deve essere compiutamente assolto.
Nel caso di specie, però, ciò non si concretizzava in quanto la Corte aveva correttamente rilevato che l’attività svolta dal socio implicava l’espletamento presso la SRL di compiti riconducibili al ruolo gestorio da questi ricoperto, contestualmente all’espletamento di analogo incarico presso altre società, escludendo, con accertamento di fatto in alcun modo investito di censura, l’obbligo del medesimo all’iscrizione presso la Gestione commercianti.

Precisazioni sull’esclusione opzionale dal massimale contributivo

Si forniscono ulteriori istruzioni sull’esclusione opzionale dal massimale contributivo dei lavoratori che prestano servizio in settori in cui non sono attive forme di previdenza complementare compartecipate dal datore di lavoro.

I dipendenti delle PA non possono esercitare l’opzione per l’esclusione dal massimale contributivo annuo nel caso in cui, in assenza di forme pensionistiche di settore, le stesse, comprese le Autorità indipendenti, abbiano istituito forme di previdenza per il proprio personale, con una quota di contribuzione a proprio carico, che integrano il trattamento di previdenza obbligatorio ai fini IVS.
I lavoratori che hanno esercitato l’opzione (articolo 21, DL n. 4/2019), e si avvalgono successivamente di forme di previdenza complementare compartecipate dal datore, in ragione di nuove previsioni legislative o contrattuali, saranno nuovamente assoggettati al massimale contributivo (articolo 2, comma 18, della legge n. 335/1995). L’applicazione del massimale decorre dal mese in cui si producono gli effetti dell’adesione alle suddette forme di previdenza, fatta eccezione per i lavoratori che abbiano acquisito nel frattempo lo status di “vecchio iscritto”.
I lavoratori assunti dal 1.1.1996 che acquisiscano, mediante domanda di riscatto del corso legale di laurea, anzianità contributiva pregressa a detta data, non sono soggetti all’applicazione del massimale annuo della base contributiva e pensionabile di cui al citato articolo 2, comma 18, a partire dal mese successivo a quello di presentazione della domanda di riscatto. L’acquisizione da parte dell’interessato dello status di “vecchio iscritto” è, tuttavia, subordinata, comunque, all’assolvimento del relativo onere economico (pagamento di almeno una rata), in mancanza del quale il lavoratore viene considerato nuovamente come “nuovo iscritto”, con conseguente applicazione con effetto retroattivo del massimale.
Nel caso di esercizio dell’opzione, il massimale contributivo è disapplicato a decorrere dal periodo retributivo successivo alla data dell’opzione, fermo restando il ripristino retroattivo del massimale nelle ipotesi in cui l’Istituto accerti la mancanza dei requisiti previsti dal decreto medesimo.
Dunque, l’iscritto, che abbia già prodotto una domanda di riscatto ancora in lavorazione ovvero che non abbia ancora provveduto al pagamento di almeno una rata dell’onere economico, può comunque esercitare l’opzione in parola. Tale esercizio non può essere interpretato come rinuncia alla domanda di riscatto in corso in quanto la prestazione di riscatto presenta una causa autonoma e non riconducibile alle finalità dell’opzione, di talché non si ravvisa incompatibilità tra le istanze.
Nell’ipotesi di revoca dell’istanza di riscatto o di mancato pagamento della prima rata di onere, il lavoratore, pur configurandosi nuovamente come “nuovo iscritto”, ha comunque diritto alla disapplicazione del massimale dal periodo retributivo successivo all’esercizio legittimo dell’opzione prevista. In questo caso, considerato che il ripristino dello status di “nuovo iscritto” determina l’applicazione retroattiva del massimale contributivo, il datore di lavoro è tenuto a sostituire i dati delle denunce contributive, riferite al periodo intercorrente dal mese successivo alla data di presentazione della domanda di riscatto di laurea al mese di esercizio dell’opzione.
L’invio delle denunce contributive a sostituzione consentirà, poi, il recupero dell’eventuale contribuzione versata in misura maggiore, fermo restando il termine prescrizionale ordinario di dieci anni previsto per le ipotesi di indebito oggettivo.
È onere del lavoratore informare il datore dell’esercizio della facoltà di riscatto, della revoca della domanda o dell’eventuale mancato pagamento della prima rata, nonché del non accoglimento della domanda stessa, affinché quest’ultimo possa adempiere correttamente agli obblighi contributivi.