Licenziamento per motivi economici, la legittimità prescinde da una situazione economica sfavorevole

25 feb 2020 In tema di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, connesso a motivi economici, il giudizio di legittimità non esige la sussistenza di una situazione economica sfavorevole, essendo invece sufficiente che le ragioni inerenti all’attività produttiva ed all’organizzazione del lavoro, o quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale e persino ad un incremento della redditività, determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di un’individuata posizione lavorativa (Corte di Cassazione, ordinanza 17 febbraio 2020, n. 3908)

La vicenda giudiziaria ha origine a seguito della domanda proposta da un lavoratore tesa ad ottenere la declaratoria di illegittimità, per difetto di giustificato motivo oggettivo, del licenziamento intimatogli. La Corte di appello, confermando la sentenza del Giudice di prime cure, aveva accertato tale illegittimità e condannato la società datrice di lavoro al pagamento di un’indennità risarcitoria commisurata a venti mensilità dell’ultima retribuzione di fatto, oltre accessori.
Avverso la predetta sentenza, la società ricorre così per Cassazione, deducendo l’erroneità della sentenza laddove essa non si era limitata alla verifica della sussistenza del nesso causale tra ragioni riorganizzative e licenziamento, bensì aveva sindacato nel merito le scelte imprenditoriali di riorganizzazione aziendale comportanti la soppressione della posizione di quadro del lavoratore licenziato, con affidamento delle relative mansioni all’amministratore delegato.
Per la Suprema Corte il ricorso è fondato.
Secondo consolidato orientamento, ai fini della legittimità del licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, l’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all’attività produttiva ed all’organizzazione del lavoro, comprese quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività, determinino un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di un’individuata posizione lavorativa.
Dunque, la scelta imprenditoriale che abbia comportato la soppressione del posto di lavoro è insindacabile nei suoi profili di congruità ed opportunità, in ossequio al principio di libertà dell’iniziativa economica privata (art. 41 Costituzione), salvo che il giudice accerti in concreto l’inesistenza della ragione organizzativa o produttiva, nel qual caso il licenziamento risulta ingiustificato per la mancanza di veridicità o la pretestuosità della causale addotta (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza 18 luglio 2019, n. 19302).
Altresì, è sempre necessario che le suddette ragioni incidano, in termini di causa efficiente, sulla posizione lavorativa ricoperta dal lavoratore licenziato, solo così potendosi verificare la non pretestuosità del recesso (Corte di Cassazione, sentenza 28 marzo 2019, n. 8661).
Nel caso di specie, invece, la Corte territoriale aveva esteso il proprio accertamento alla verifica della necessità dedotta dalla società datrice, a spiegazione della ragione organizzativa, consistente nella “necessità di fronteggiare la situazione sfavorevole di mercato e specifica della (…) azienda, soprattutto verso l’estero” comportante “la stringente necessità di adottare un piano di ristrutturazione organizzativa volto a ridurre i costi, anche relativi alle trasferte”. Ma “esigere la sussistenza di una situazione economica sfavorevole” per valutare legittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo “significa inserire nella fattispecie legale astratta disegnata dall’articolo 3 della Legge n. 604/1966 un elemento fattuale non previsto, con una interpretazione che trasmoda inevitabilmente, talvolta surrettiziamente, nel sindacato sulla congruità e sulla opportunità della scelta imprenditoriale” (Corte di Cassazione, sentenza 7 dicembre 2016, n. 25201).

Credito IVA fuori bilancio: diritto al rimborso

In presenza dei presupposti e della legittimità della richiesta del credito IVA, l’omessa esposizione del credito nel bilancio finale di liquidazione non pregiudica il diritto al rimborso, che può essere fatto valere dal liquidatore (Corte di Cassazione – Ordinanza 21 febbraio 2020, n. 4559)

Secondo la specifica disciplina dei rimborsi IVA, in caso di cancellazione di una società dal registro delle imprese, l’ufficio può eseguire il rimborso al liquidatore regolarmente legittimato, nella sua qualità di rappresentante legale della società in fase di estinzione, sempreché il credito di imposta sia stato evidenziato nel bilancio di liquidazione finale depositato. Nel caso in cui, al momento della cessazione dell’attività, il credito di imposta sia stato ceduto a terzi, il titolo di spesa é intestato direttamente al cessionario del credito stesso.
Sulla base di tale disposizione l’Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso al ricorrente nella controversia posta all’esame della Corte di Cassazione.
I giudici della Suprema Corte, però, confermando la decisione dei giudici tributari hanno affermato il principio secondo cui: in tema di IVA, il credito di una società posta in liquidazione, relativo al rimborso dell’imposta, richiesto all’atto della dichiarazione IVA dell’ultimo anno di attività, non è condizionato dall’esposizione del credito stesso nel bilancio finale della società, in quanto l’efficacia probatoria dei libri sociali, derivante dalla normativa pubblicistica, attiene ai rapporti di debito e credito inerenti all’esercizio dell’impresa, mentre la contabilità IVA, pur non avendo alcuna efficacia probatoria in tali rapporti, documenta comunque il debito fiscale, rendendone possibile il controllo da parte dell’Amministrazione finanziaria.
Di conseguenza, a fronte del controllo della documentazione allegata all’istanza di rimborso (quali il libro dei cespiti ammortizzabili, il libro inventari, i bilanci delle annualità di maturazione del credito, la situazione patrimoniale pre-liquidazione, il bilancio finale di liquidazione, la dichiarazione dei redditi, il Modello IVA e il modello VR/2008, l’atto di messa in liquidazione, relazione sull’attività svolta e formazione del credito), dal quale non emerga alcuna anomalia nella gestione aziendale e in quella liquidatoria, da cui è possibile riconoscere i presupposti e la legittimità del credito richiesto, il diniego opposto dall’Ufficio deve ritenersi illegittimo.

Congedo obbligatorio e facoltativo del padre: confermate le istruzioni già in vigore

L’Inps, con messaggio n. 679 del 21 febbraio 2020, chiarisce che il congedo obbligatorio del padre (sette giorni per il 2020) e quello facoltativo (un giorno) continuano ad essere disciplinati dalla normativa già in vigore (D.M. 22 dicembre 2012). Per le modalità di fruzione, sono tenuti a presentare domanda all’Inps i lavoratori per i quali il pagamento delle indennità è erogato direttamente dall’Istituto, mentre, nel caso in cui le indennità siano anticipate dal datore di lavoro, è sufficiente che i lavoratori comunichino in forma scritta al proprio datore di lavoro la fruizione del congedo.

L’articolo 1, comma 342, lettera a), della legge 27 dicembre 2019, n. 160 ha stabilito che le disposizioni relative al congedo obbligatorio per i padri lavoratori dipendenti – introdotte in via sperimentale dall’articolo 4, comma 24, lettera a), della legge 28 giugno 2012, n. 92 – si applicano anche alle nascite e alle adozioni/affidamenti avvenute nell’anno 2020 (1° gennaio – 31 dicembre). Inoltre, per effetto della lett. b), del comma citato, la durata del congedo obbligatorio è aumentata, per l’anno 2020, a sette giorni da fruire, anche in via non continuativa, entro i cinque mesi di vita o dall’ingresso in famiglia o in Italia del minore.

Al congedo obbligatorio e facoltativo del padre in esame continua ad applicarsi la disciplina di cui al DM 22 dicembre 2012 e, come già previsto nella circolare n. 40/2013, sono tenuti a presentare domanda all’Istituto solamente i lavoratori per i quali il pagamento delle indennità è erogato direttamente dall’INPS, mentre, nel caso in cui le indennità siano anticipate dal datore di lavoro, i lavoratori devono comunicare in forma scritta al proprio datore di lavoro la fruizione del congedo di cui trattasi, senza necessità di presentare domanda all’Istituto.

Per il settore agricolo, la disciplina in materia è contenuta nella circolare n. 181/2013, la quale ha fornito le istruzioni operative per la denuncia sul modello DMAG delle giornate di congedo fruite dal lavoratore il cui importo è stato anticipato dal datore di lavoro.

L’articolo 1, comma 342, lett. c), della citata legge n. 160/2019 ha, altresì, prorogato, per l’anno 2020, la possibilità per il padre lavoratore dipendente di fruire di un ulteriore giorno di congedo facoltativo, previo accordo con la madre e in sua sostituzione, in relazione al periodo di astensione obbligatoria spettante a quest’ultima. Nel caso di domanda di congedo facoltativo il padre lavoratore allega, infatti, alla richiesta una dichiarazione della madre di non fruizione del congedo di maternità a lei spettante per un numero di giorni equivalente a quelli richiesti dal padre, con conseguente riduzione del congedo di maternità. La predetta dichiarazione di non fruizione deve essere presentata anche al datore di lavoro della madre a cura di uno dei due genitori.
L’Istituto provvederà alle verifiche necessarie per accertare la correttezza dei comportamenti dei fruitori dei congedi. La riduzione andrà operata, stante la possibilità di fruirne in contemporanea da entrambi i genitori, nel giorno o nei giorni finali del congedo obbligatorio della madre (circolare n. 40/2013).

Giornalisti: prorogata al 29 febbraio l’adesione al profilo “W-IN” della Casagit

Fino al 29 febbraio 2020 è ancora possibile iscrivere i giornalisti liberi professionisti al nuovo progetto di welfare W-IN

Il profilo W-IN e’ un programma di assistenza sanitaria di categoria a sostegno dei giornalisti con reddito medio-basso iscritti alla gestione separata Inpgi che nasce dalla convenzione tra Inpgi e Casagit, ovvero giornalisti, liberi professionisti e freelance, in possesso dei seguenti requisiti:
– essere iscritti in via esclusiva alla gestione separata Inpgi
– essere in regola con i versamenti dei contributi previdenziali della gestione separata
– aver percepito, nel triennio 2015-2017, un reddito medio compreso tra 2.100 euro e 30.000 euro lordi annui
La convenzione prevede per giornalisti, lavoratori autonomi e free lance – in possesso di specifici requisiti individuati dall’Inpgi – l’iscrizione totalmente gratuita per 3 anni (fino al 30 giugno 2022), senza alcun vincolo di rinnovo, al profilo di assistenza sanitaria della Casagit denominato appunto “W-IN”.
L’ente ha prorogato le iscrizioni al 29 febbraio 2020. Coloro che aderiranno potranno accedere alla copertura delle spese sanitarie Casagit, secondo il piano stabilito con l’Inpgi, per le prestazioni sanitarie effettuate a partire dal 1° gennaio 2020.
Il costo dell’iscrizione è interamente a carico dell’Inpgi per tutti e 3 gli anni previsti dalla convenzione Inpgi-Casagit (fino al 30 giugno 2022), senza alcun impegno per eventuali periodi successivi: se l’accordo non sarà rinnovato, non ci saranno oneri a carico degli iscritti che potranno decidere, se lo desiderano, di proseguire volontariamente l’iscrizione.

Iva in edilizia: per i prodotti finiti l’aliquota è agevolata

I balconi, le recinzioni e le tettoie possono rientrare nella categoria dei “beni finiti” e beneficiare delle aliquote ridotte qualora mantengano una propria individualità e autonomia funzionale e siano sostituibili in modo assolutamente autonomo dalla struttura della quale fanno parte, senza perdere le proprie caratteristiche (Agenzia entrate – risposta n. 71/2020).

In edilizia, i beni finiti sono quelli che:
– mantengono una propria individualità, pur incorporandosi nell’immobile;
– sono sempre riconoscibili e non perdono le proprie caratteristiche;
– sono acquistabili presso commercianti al dettaglio.

Ai beni finiti che presentano tali caratteristiche si applica:
– l’aliquota IVA del 4% quando sono forniti per la costruzione, anche in economia, di fabbricati di tipo economico;
– l’aliquota IVA del 10% quando sono forniti per la realizzazione di opere di urbanizzazione, impianti, edifici assimilati ai fabbricati di tipo economico, nonché degli interventi di recupero c.d. agevolati.

Dei beni finiti non esiste un’elencazione tassativa; a titolo esemplificativo, sono da considerare beni finiti gli ascensori, i montacarichi, le porte, gli infissi, i sanitari, i prodotti per gli impianti idrici, elettrici, a gas, le scale a chiocciola, a giorno o retrattili in legno o altro materiale.

Rientrano tra i suddetti beni anche i balconi, le recinzioni e le tettoie qualora siano conformi ai requisiti indicati e, dunque, mantengano una propria individualità e autonomia funzionale e siano sostituibili in modo assolutamente autonomo dalla struttura della quale fanno parte. Diversamente, i beni predetti saranno soggetti all’aliquota ordinaria.