Socio-amministratore e abituale ingerenza nel ciclo produttivo, gli elementi di valutazione ai fini Inps

Socio-amministratore e abituale ingerenza nel ciclo produttivo, gli elementi di valutazione ai fini Inps

Ai fini dell’iscrizione del socio amministratore di SRL alla Gestione commercianti, la prova del personale apporto all’attività di impresa, con diretta ed abituale ingerenza dell’amministratore nel ciclo produttivo della stessa, deve essere fornita dall’Inps e valutata dal giudice di merito in modo puntuale e rigoroso, sulla base di precisi elementi, quali: la complessità o meno dell’impresa, l’esistenza o meno di dipendenti e/o collaboratori, la loro qualifica e le loro mansioni (Corte di Cassazione, ordinanza 26 luglio 2019, n. 20372).

Una Corte d’appello territoriale, confermando la decisione resa dal Tribunale di prime cure, aveva accolto l’opposizione proposta da un socio amministratore di SRL nei confronti dell’Inps, avverso la cartella esattoriale notificata per la riscossione di contributi e sanzioni per mancata iscrizione alla Gestione commercianti. La Corte territoriale aveva ritenuto la non ravvisabilità dei presupposti per la iscrizione del socio, già iscritto come amministratore alla Gestione separata (art. 2, co. 26, L. n. 335/1995), anche alla Gestione commercianti, non risultando l’attività lavorativa svolta dal medesimo nell’ambito di SRL, caratterizzata dal requisito della prevalenza con riguardo all’opera prestata nelle altre Società di cui era amministratore.
Ricorre così in Cassazione l’Inps, lamentando la non conformità a diritto della pronunzia della Corte di merito, in quanto la partecipazione al lavoro aziendale è riconducibile l’espletamento, oltre che di un’attività esecutiva o materiale, anche di un’attività organizzativa e direttiva, tuttavia distinguibile dall’attività di amministratore della società e destinata a concretarsi nel compimento di alcuni atti tipici riservati dalla legge.
Per la Suprema Corte il motivo non è fondato. L’esercizio di attività di lavoro autonomo, soggetto a contribuzione nella Gestione separata, che si accompagna all’esercizio di attività di impresa commerciale, artigiana o agricola, la quale di per sé comporti l’obbligo dell’iscrizione alla relativa gestione assicurativa presso l’Inps, non è regolato dal principio dell’attività prevalente, trattandosi di attività distinte e, sotto questo profilo, autonome, sicché parimenti distinto ed autonomo resta l’obbligo assicurativo nelle rispettive gestioni. Pertanto, deve ritenersi che ognuna delle due distinte attività debba essere valutata, ai fini dell’esistenza dell’obbligo contributivo secondo gli ordinari criteri, cosicché la sussistenza di un’attività comportante l’obbligo contributivo nei confronti della Gestione commercianti va valutata con i criteri che le sono propri (art. 1, co. 203, L. n. 662/1996).
Orbene, la verifica della sussistenza dei requisiti di legge per tale “coesistenza” è compito del giudice di merito e deve essere effettuata in modo puntuale e rigoroso, potendo assumere rilevanza ai fini di tale valutazione e, quindi, della prova del personale apporto all’attività di impresa con diretta ed abituale ingerenza dell’amministratore nel ciclo produttivo della stessa, elementi quali: la complessità o meno dell’impresa, l’esistenza o meno di dipendenti e/o collaboratori, la loro qualifica e le loro mansioni. Quanto all’onere probatorio, che secondo le ordinarie regole grava sull’ente previdenziale, tenuto a provare i fatti costitutivi dell’obbligo contributivo, esso deve essere compiutamente assolto.
Nel caso di specie, però, ciò non si concretizzava in quanto la Corte aveva correttamente rilevato che l’attività svolta dal socio implicava l’espletamento presso la SRL di compiti riconducibili al ruolo gestorio da questi ricoperto, contestualmente all’espletamento di analogo incarico presso altre società, escludendo, con accertamento di fatto in alcun modo investito di censura, l’obbligo del medesimo all’iscrizione presso la Gestione commercianti.

Precisazioni sull’esclusione opzionale dal massimale contributivo

Si forniscono ulteriori istruzioni sull’esclusione opzionale dal massimale contributivo dei lavoratori che prestano servizio in settori in cui non sono attive forme di previdenza complementare compartecipate dal datore di lavoro.

I dipendenti delle PA non possono esercitare l’opzione per l’esclusione dal massimale contributivo annuo nel caso in cui, in assenza di forme pensionistiche di settore, le stesse, comprese le Autorità indipendenti, abbiano istituito forme di previdenza per il proprio personale, con una quota di contribuzione a proprio carico, che integrano il trattamento di previdenza obbligatorio ai fini IVS.
I lavoratori che hanno esercitato l’opzione (articolo 21, DL n. 4/2019), e si avvalgono successivamente di forme di previdenza complementare compartecipate dal datore, in ragione di nuove previsioni legislative o contrattuali, saranno nuovamente assoggettati al massimale contributivo (articolo 2, comma 18, della legge n. 335/1995). L’applicazione del massimale decorre dal mese in cui si producono gli effetti dell’adesione alle suddette forme di previdenza, fatta eccezione per i lavoratori che abbiano acquisito nel frattempo lo status di “vecchio iscritto”.
I lavoratori assunti dal 1.1.1996 che acquisiscano, mediante domanda di riscatto del corso legale di laurea, anzianità contributiva pregressa a detta data, non sono soggetti all’applicazione del massimale annuo della base contributiva e pensionabile di cui al citato articolo 2, comma 18, a partire dal mese successivo a quello di presentazione della domanda di riscatto. L’acquisizione da parte dell’interessato dello status di “vecchio iscritto” è, tuttavia, subordinata, comunque, all’assolvimento del relativo onere economico (pagamento di almeno una rata), in mancanza del quale il lavoratore viene considerato nuovamente come “nuovo iscritto”, con conseguente applicazione con effetto retroattivo del massimale.
Nel caso di esercizio dell’opzione, il massimale contributivo è disapplicato a decorrere dal periodo retributivo successivo alla data dell’opzione, fermo restando il ripristino retroattivo del massimale nelle ipotesi in cui l’Istituto accerti la mancanza dei requisiti previsti dal decreto medesimo.
Dunque, l’iscritto, che abbia già prodotto una domanda di riscatto ancora in lavorazione ovvero che non abbia ancora provveduto al pagamento di almeno una rata dell’onere economico, può comunque esercitare l’opzione in parola. Tale esercizio non può essere interpretato come rinuncia alla domanda di riscatto in corso in quanto la prestazione di riscatto presenta una causa autonoma e non riconducibile alle finalità dell’opzione, di talché non si ravvisa incompatibilità tra le istanze.
Nell’ipotesi di revoca dell’istanza di riscatto o di mancato pagamento della prima rata di onere, il lavoratore, pur configurandosi nuovamente come “nuovo iscritto”, ha comunque diritto alla disapplicazione del massimale dal periodo retributivo successivo all’esercizio legittimo dell’opzione prevista. In questo caso, considerato che il ripristino dello status di “nuovo iscritto” determina l’applicazione retroattiva del massimale contributivo, il datore di lavoro è tenuto a sostituire i dati delle denunce contributive, riferite al periodo intercorrente dal mese successivo alla data di presentazione della domanda di riscatto di laurea al mese di esercizio dell’opzione.
L’invio delle denunce contributive a sostituzione consentirà, poi, il recupero dell’eventuale contribuzione versata in misura maggiore, fermo restando il termine prescrizionale ordinario di dieci anni previsto per le ipotesi di indebito oggettivo.
È onere del lavoratore informare il datore dell’esercizio della facoltà di riscatto, della revoca della domanda o dell’eventuale mancato pagamento della prima rata, nonché del non accoglimento della domanda stessa, affinché quest’ultimo possa adempiere correttamente agli obblighi contributivi.

Inps, le indicazioni sul riscatto dei periodi non coperti da contribuzione

Con circolare n. 106 del 25 luglio 2019, l’Inps fornisce indicazioni per l’applicazione della disciplina relativa al nuovo istituto del riscatto di periodi non coperti da contribuzione.

Come noto, ai sensi dell’art. 20, commi da 1 a 5, del D.L. 4/2019 (convertito in L. n. 26/2019) è stata riconosciuta la facoltà di riscatto dei periodi non coperti da contribuzione, in favore degli iscritti all’AGO per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti dei lavoratori dipendenti ed alle forme sostitutive ed esclusive della medesima, nonché alle Gestioni speciali dei lavoratori autonomi e alla Gestione separata (art. 2, co. 26, L. n. 335/1995), privi di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 e non già titolari di pensione. Nello specifico, è richiesta dunque la sussistenza dei seguenti requisiti:
– iscrizione dell’interessato in uno dei regimi previdenziali richiamati, condizione che si intende verificata in presenza di almeno un contributo obbligatorio nella gestione pensionistica in cui è esercitata la facoltà di riscatto, versato in epoca precedente alla data di presentazione della domanda;
– mancanza di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995. A tal fine, va verificata qualsiasi tipologia di contribuzione (obbligatoria, figurativa, da riscatto) accreditata anteriormente alla data del 1° gennaio 1996, in qualsiasi gestione pensionistica obbligatoria (comprese le Casse per i liberi professionisti) o acquisita nel regime previdenziale dell’Unione europea o nei singoli regimi previdenziali dei vari Stati membri o Paesi convenzionati;
– non essere già titolare di un trattamento pensionistico diretto, in qualsiasi gestione pensionistica obbligatoria.
Il periodo non coperto da contribuzione può essere ammesso a riscatto nella misura massima di cinque anni, anche non continuativi, e deve naturalmente collocarsi in epoca successiva al 31 dicembre 1995 e precedente al 29 gennaio 2019. Il periodo, o parte di esso, può essere anche anteriore alla data del primo contributo o successivo a quella dell’ultimo, purché riferito al medesimo anno del contributo iniziale o finale, sempreché sia compreso nell’intervallo 1° gennaio 1996 – 28 gennaio 2019. Per individuare il primo e l’ultimo contributo si escludono le Casse per i liberi professionisti e gli ordinamenti previdenziali di Stati esteri. Non è richiesto che il primo e l’ultimo contributo, da prendere a riferimento per collocare il periodo da riscattare, siano versati o accreditati nella stessa gestione in cui si intenda esercitare la facoltà di riscatto. Il periodo da ammettere a riscatto non deve essere coperto da contribuzione obbligatoria, figurativa, volontaria o da riscatto, non solo presso il Fondo cui è diretta la domanda stessa, ma anche in qualsiasi forma di previdenza obbligatoria (comprese le Casse per i liberi professionisti e il regime previdenziale dell’Unione europea o i singoli regimi previdenziali dei vari Stati membri o Paesi convenzionati). Sono riscattabili soltanto i periodi “non soggetti a obbligo contributivo”; ne consegue che la facoltà di riscatto non può essere esercitata per recuperare periodi di svolgimento di attività lavorativa con obbligo del versamento contributivo, anche nei casi in cui tale obbligo sia già prescritto. In tali ipostesi, vanno attivati gli istituti già previsti nelle singole gestioni previdenziali, quali la regolarizzazione contributiva o, in caso di maturazione della prescrizione, la costituzione di rendita vitalizia (art. 13, L. 12 agosto 1962, n. 1338). I periodi oggetto di riscatto sono parificati a periodi di lavoro e l’anzianità contributiva acquisita è utile ai fini del conseguimento del diritto a pensione e per la determinazione della relativa misura.
I periodi sono necessariamente valutati secondo il “sistema contributivo” e quindi l’onere relativo è determinato con il meccanismo del calcolo a “percentuale” (art. 2, co. 5, D.Lgs. n. 184/1997), applicando l’aliquota contributiva di finanziamento in vigore alla data di presentazione della domanda nella gestione pensionistica ove opera il riscatto. La base di calcolo dell’onere è costituita dalla retribuzione assoggettata a contribuzione nei dodici mesi meno remoti rispetto alla data della domanda ed è rapportata al periodo oggetto di riscatto. Detta retribuzione è attribuita temporalmente e proporzionalmente ai periodi riscattati.
La domanda di riscatto può essere presentata dal 29 gennaio 2019 e fino al 31 dicembre 2021, dal diretto interessato o dal suo superstite o, entro il secondo grado, dal suo parente e affine. In tutte le ipotesi, l’onere versato è detraibile dall’imposta lorda nella misura del 50%, con una ripartizione in cinque quote annuali costanti e di pari importo nell’anno di sostenimento e in quelli successivi. Per i lavoratori del settore privato, la domanda di riscatto può essere presentata anche dal datore di lavoro dell’assicurato, nel corso del rapporto e destinando, a tal fine, i premi di produzione spettanti al lavoratore. In tal caso, l’onere versato è deducibile dal reddito di impresa o da lavoro autonomo, nonchè ai fini della determinazione dei redditi da lavoro dipendente (art. 51, co. 2, lett. a), D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917).
Nei casi in cui la domanda sia presentata dal parente o affine o dal datore di lavoro, è necessario che sia acquisito il consenso del soggetto interessato; senza la predetta adesione, la relativa domanda è irricevibile. La domanda deve essere presentata, esclusivamente in via telematica, attraverso uno dei seguenti canali:
– WEB, tramite i servizi on-line dedicati, accessibili dal cittadino munito di PIN dispositivo, SPID almeno di Livello 2 o CNS, dal sito Internet dell’Istituto attraverso i seguenti percorsi: per i riscatti nelle gestioni dei dipendenti privati, “Prestazioni e servizi” > “Tutti i servizi” > “Riscatto di periodi contributivi”; per i riscatti nelle gestioni dei dipendenti pubblici, “Prestazioni e servizi” > “Tutti i servizi” > “Gestione dipendenti pubblici: servizi per Lavoratori e Pensionati”;
– Contact Center multicanale, se in possesso di PIN;
– Patronati e intermediari dell’Istituto, attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi, anche se non in possesso di PIN.
Nel caso di presentazione della domanda da parte del datore di lavoro, dei parenti e affini entro il secondo grado, in attesa dell’implementazione della procedura per l’invio telematico, le domande devono essere presentate utilizzando il modulo cartaceo reperibile sul sito istituzionale.
L’onere di riscatto può essere versato in unica soluzione ovvero in rate mensili, ciascuna di importo non inferiore a 30,00 euro, senza applicazione di interessi. Il numero massimo di rate riconoscibili è pari a 120 mensili. Alla data del saldo dell’onere, si provvede all’accredito del periodo riscattato. In caso di interruzione del versamento dell’onere è comunque riconosciuto l’accredito di un periodo contributivo di durata corrispondente all’importo versato. La rateizzazione dell’onere non può essere concessa nei casi in cui i contributi da riscatto debbano essere utilizzati per la immediata liquidazione di una pensione diretta o indiretta o nel caso in cui gli stessi siano determinanti per l’accoglimento di una domanda di autorizzazione ai versamenti volontari.

CdS difensivi conclusi entro il 31 dicembre 2018, le indicazioni Inps per il recupero dello sgravio

Con messaggio n. 2732 del 17 luglio 2019, l’Inps fornisce le indicazioni operative per il recupero dello sgravio contributivo in favore delle imprese che hanno stipulato contratti di solidarietà difensivi, destinatarie dei decreti direttoriali di autorizzazione, con periodi di solidarietà conclusi entro il 31 dicembre 2018.

Come noto, in favore delle imprese che stipulino contratti di solidarietà “difensivi” accompagnati da Cigs (art. 1, D.L. n. 726/1984 e art. 21, co. 1, lett. c), D.Lgs. n. 148/2015) è prevista una riduzione nella misura del 35% della contribuzione a carico del datore di lavoro, con riferimento ai lavoratori interessati da una riduzione dell’orario di lavoro in misura superiore al 20% (art. 6, co. 4, D.L. n. 510/1996; artt. 1 e 2, D.M. n. 2 del 27 settembre 2017). Il beneficio è riconosciuto su istanza dell’impresa, con decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, per un periodo massimo di 24 mesi nel quinquennio mobile. L’istanza deve recare l’importo della riduzione contributiva richiesta e il codice pratica relativo alla domanda di integrazione salariale per contratto di solidarietà presentata attraverso la procedura telematica “Cigs on line”. Unitamente all’istanza, l’impresa produce l’elenco nominativo dei lavoratori, contenente per ciascun lavoratore la percentuale di riduzione oraria applicata che sia superiore al 20%. L’istanza, firmata digitalmente e prodotta in bollo, è inoltrata esclusivamente a mezzo PEC, alla Direzione generale degli ammortizzatori sociali e incentivi all’occupazione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, secondo la modulistica e con le modalità operative indicate nell’apposita sezione del sito internet “www.lavoro.gov.it”. Le istanze sono istruite in base all’ordine cronologico di presentazione.
In caso di accoglimento, ai fini della concreta fruizione del beneficio, il datore di lavoro è tenuto ad attivarsi nei confronti della Sede territoriale Inps, la quale, accertata sulla base della documentazione prodotta dall’azienda (decreto direttoriale di ammissione al beneficio) la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della riduzione contributiva, provvede ad attribuire alla posizione aziendale il codice di autorizzazione “1W”, recante il significato di “Azienda che ha stipulato contratti di solidarietà accompagnati da CIGS, ammessa alla fruizione delle riduzioni contributive ex DL 510/1996 e ss.mm.ii. ai sensi del D.I. 27 settembre 2017, n. 2”.
Le imprese interessate, dal canto loro, per esporre nel flusso Uniemens le quote di sgravio spettanti per il periodo autorizzato, valorizzano all’interno di <DenunciaAziendale>, <AltrePartiteACredito>, i seguenti elementi:
– nell’elemento<CausaleACredito>, il codice causale già in uso “L942”, avente il significato di “Arretrato conguaglio sgravio contributivo per i CdS stipulati ai sensi dell’articolo 1 del DL 30 ottobre 1984, n. 726 (L. n. 863/1984), nonché dell’articolo 21, comma 1, lett. c), del D.Lgs n. 148/2015, anno 2017”;
– nell’elemento <ImportoACredito>, il relativo importo.
Le predette operazioni di conguaglio vanno effettuate entro il 16 ottobre 2019 (terzo mese successivo a quello di pubblicazione del messaggio).

Rendita vitalizia ed esistenza del rapporto di lavoro: inammissibile una sentenza come prova scritta

Ai fini della costituzione della rendita vitalizia, è irrilevante che l’accertamento della esistenza di un rapporto di lavoro sia avvenuto nel corso di giudizio se ciò è avvenuto mediante prove testimoniali, ancorché su ciò si sia formato il giudicato, a meno che quest’ultimo non abbia come oggetto la natura di documentazione di data certa di una determinata prova (Corte di Cassazione, sentenza 27 maggio 2019, n. 14416).

Una Corte d’appello territoriale, in riforma della decisione del Tribunale di prime cure, aveva rigettato la domanda proposta da un lavoratore nei confronti dell’ex datore di lavoro, intesa alla costituzione di una rendita vitalizia corrispondente alla copertura di un periodo di omissione contributiva. La Corte territoriale aveva osservato essere carente la prova scritta del rapporto di lavoro (art. 13, L. n. 1338/1962), non potendo essere qualificata tale una diversa sentenza del Tribunale, già pronunciata tra le medesime parti del rapporto di lavoro e passata in giudicato, che aveva appunto accertato l’esistenza del rapporto subordinato, giacché tale sentenza era fondata su prove testimoniali.
Il medesimo lavoratore ricorre così in Cassazione, evidenziando che la precedente sentenza di accertamento del rapporto di lavoro dipendente, posta a fondamento della domanda di rendita, dava atto della stipulazione tra le parti di cinque contratti di lavoro, che rappresentavano i documenti di data certa richiesti ai fini della prova del rapporto.
Per la Suprema Corte il motivo è infondato. L’art. 13 della L. n. 1338/1962 dispone, infatti, che il datore di lavoro che abbia omesso di versare contributi per l’assicurazione obbligatoria IVS e che non possa più versarli per sopravvenuta prescrizione, può chiedere all’Inps di costituire una rendita vitalizia reversibile pari alla pensione o quota di pensione che spetterebbe al lavoratore dipendente in relazione ai contributi omessi. Il datore di lavoro è ammesso ad esercitare la predetta facoltà previa esibizione all’Inps di documenti di data certa, dai quali possano evincersi la effettiva esistenza e la durata del rapporto di lavoro, nonché la misura della retribuzione corrisposta al lavoratore interessato. Il lavoratore, quando non possa ottenere dal datore di lavoro la costituzione della rendita, può egli stesso sostituirsi al datore di lavoro, salvo il diritto al risarcimento del danno, a condizione che fornisca all’Inps le prove del rapporto di lavoro e della retribuzione. Al riguardo, poi, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della predetta norma nella parte in cui, salva la necessità della prova scritta sulla esistenza del rapporto di lavoro da fornirsi dal lavoratore, non consente di provare altrimenti la durata del rapporto e l’ammontare della retribuzione (sentenza n. 568/1989). Secondo la Consulta, il Legislatore ha voluto impedire che si creassero posizioni assicurative fittizie, ma ciò non può, di fatto, rendere la relativa prova talmente difficoltosa da vanificare detto riconoscimento o quanto meno da farlo diventare inattuabile.
Orbene, tali principi sono stati fatti propri dalle Sezioni unite della Cassazione (sentenza 18 gennaio 2005, n. 840), per cui la dimostrazione dell’effettiva esistenza di un unico rapporto di lavoro subordinato, fin da prima della formale costituzione del rapporto, deve essere necessariamente fornita con la prova documentale, mentre la durata del rapporto di lavoro può essere provata con ogni mezzo, ma sempre circoscritta al caso in cui il documento comprovi l’avvenuta costituzione di un rapporto a partire dalla medesima epoca. Deve, dunque, continuare ad escludersi che la prova della subordinazione possa essere desunta anche in forza di un ragionamento presuntivo, stante l’estrema difficoltà di provare in modo diretto tutti gli elementi tipici della subordinazione. E ciò perché, quando per legge o per volontà delle parti sia prevista, per un certo atto o contratto, la forma scritta, sia essa ad substantiam o ad probationem, tanto la prova testimoniale quanto quella per presunzioni che abbiano ad oggetto, implicitamente o esplicitamente, l’esistenza dell’atto o del contratto sono inammissibili, salvo che la detta prova non sia volta a dimostrare la perdita incolpevole del documento. In altri termini, ai fini della costituzione della rendita, è irrilevante che l’accertamento della esistenza di un rapporto di lavoro sia avvenuto nel corso di giudizio se ciò è avvenuto mediante prove testimoniali, ancorché su ciò si sia formato il giudicato, a meno che quest’ultimo non abbia come oggetto la natura di documentazione di data certa di una determinata prova. Diversamente, il divieto posto dalla legge risulterebbe sin troppo facilmente eludibile, pervenendosi alla prova, ma non documentale e rigorosa come richiesto dalla legge, con un previo excursus giudiziario.