Editoria: ecco il Fondo straordinario per lo sviluppo del settore

Introdotto dalla Legge di stabilità 2014, il Fondo straordinario per gli interventi di sostegno all’editoria per il triennio 2014-2016 è diventato operativo con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (D.P.C.M. 30 settembre 2014).

Il decreto istitutivo del Fondo straordinario per gli interventi di sostegno all’editoria disciplina i criteri e le modalità di concessione ed erogazione, per l’anno 2014, delle risorse pari a € 20.918.394 per gli interventi operanti nei seguenti ambiti:
– incentivi agli investimenti in innovazione tecnologica e digitale;
– incentivi all’assunzione di giornalisti;
– parziale finanziamento degli ammortizzatori sociali erogati in favore dei giornalisti disoccupati o interessati da processi di riduzione dell’attività lavorativa per collocamento in cassa integrazione guadagni straordinaria o dalla stipula di contratti di solidarietà difensiva.

Delle risorse del Fondo pari a € 20.918.394, € 7.418.394 sono destinati al fondo garanzia per le piccole e medie imprese, € 500.000 sono a favore delle imprese di nuova costituzione, € 11.000.000 sono destinati per la promozione di nuove assunzioni con contratto di lavoro subordinato di giornalisti in possesso di specifiche competenze professionali nel lavoro ed € 2.000.000 sono destinati al sostegno degli ammortizzatori sociali.
L’accesso ad ogni beneficio di natura economica è precluso nei confronti delle imprese presso le quali si verifichino almeno una delle seguenti fattispecie:
– la mancata iscrizione nell’elenco dei quotidiani, dei periodici, anche telematici, delle agenzie di stampa e delle emittenti radiotelevisive, per un periodo superiore a sei mesi e fino all’eventuale successiva iscrizione nel predetto elenco;
– l’introduzione dalla data di emanazione del citato decreto e per la durata delle misure finanziate, di bonus, stock option ed ogni altra forma di premio non strettamente legato alla dinamica retributiva contrattualmente stabilita, e collegata a risparmi sul costo del lavoro giornalistico, in favore dei dirigenti delle imprese editoriali che accedono agli ammortizzatori sociali.

Utilizzo del Pos: sul tavolo di lavoro c’è la riduzione dei costi

Nell’intento di rendere l’utilizzo del POS il più possibile flessibile e conveniente, il tavolo di confronto sul tema della diffusione delle transazioni con carte di pagamento, istituito presso il Ministero dello Sviluppo eConomico, che vede la partecipazione di rappresentanti della Banca d’Italia e del Ministero dell’Economia e delle finanze sta valutando diverse soluzioni volte a garantire una corretta ripartizione dei costi e dei relativi benefici tra tutti i soggetti interessati, eventualmente anche con l’introduzione di sanzioni o interdizioni in caso di inadempienze (Commissione Finanze alla Camera – risposta all’interrogazione parlamentare del 5 novembre 2014 n. 5-03941).

L’obbligo del POS, scattato dal 30 giugno 2014 per i professionisti e le imprese per tutti i pagamenti di importo superiore a 30 euro, è stato introdotto nell’intento di assicurare una maggiore tracciabilità dei pagamenti e di contrastare l’evasione fiscale, ma allo stesso tempo ha aumentato i costi connessi all’esercizio dell’attività a favore degli Istituti di Credito.
Di fatto, i costi connessi al POS presentano una componente fissa e una variabile.
Quelli fissi coprono la disponibilità dell’apparecchiatura POS e dipendono dalle diverse funzionalità che il terminale può offrire e dal tipo di tecnologia utilizzata per il collegamento.
Quelli variabili, invece, sono legati al numero e all’ammontare delle transazioni effettuate dalla clientela e dipendono dal tipo di circuito utilizzato.
Pertanto, nell’intento di trovare un giusto equilibrio tra costi e benefici tra tutti i soggetti interessati, il Governo è chiamato ad abbattere i costi fissi del terminale Pos, anche mediante forme di defiscalizzazione che contemplino il riconoscimento di un credito d’imposta.

No al bonus fiscale del 65% per la caldaia a biomassa se la ristrutturazione è con ampliamento

In caso di ristrutturazione edilizia degli edifici senza demolizione, ma con ampliamento, gli interventi di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con impianti dotati di generatori di calore a biomassa non possono accedere alla detrazione fiscale del 65% (Commissione Finanze alla Camera – risposta all’interrogazione parlamentare del 5 novembre 2014 n. 5-03940).

Nell’ambito della normativa riguardante la detrazione fiscale del 65 per cento per la riqualificazione energetica degli edifici, il comma 347 dell’articolo 1 della legge n. 296 del 2006 ammette al beneficio:
– gli interventi di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con quelli dotati di caldaie a condensazione e contestuale messa a punto dei sistema di distribuzione;
– gli interventi di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con pompe di calore ad alta efficienza e con impianti geotermici a bassa entalpia;
– gli interventi di sostituzione di scaldacqua tradizionali con scaldacqua a pompa di calore dedicati alla produzione di acqua calda sanitaria.
Ne rimangono, pertanto, esclusi, gli interventi di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con impianti dotati di generatori di calore a biomassa.
Tuttavia la sostituzione di impianti di climatizzazione invernale con impianti dotati di generatori di calore a biomassa possono ricondursi nell’ambito degli interventi di riqualificazione globale degli edifici di cui all’articolo 1, comma 344, della citata legge n. 296 del 2006, in quanto per questa tipologia di interventi non è specificato quali opere o impianti occorre realizzare per raggiungere le prestazioni energetiche richieste, essendo l’intervento definito in funzione del risultato che lo stesso deve conseguire in termini di riduzione del fabbisogno annuo di energia primaria per la climatizzazione invernale dell’intero fabbricato.
Nelle ipotesi di ristrutturazione edilizia degli edifici senza demolizione, ma con ampliamento, la detrazione fiscale del 65 per cento, non può però riguardare gli interventi di riqualificazione energetica globale dell’edificio, previsti dall’articolo 1, comma 344, della legge n. 296 del 2006, in quanto, per tali interventi, è necessario individuare il fabbisogno di energia primaria annua riferito all’intero edificio, comprensivo dell’ampliamento. In sostanza, la diversità dell’edificio prima e dopo l’intervento costituisce un ostacolo alla misurazione del risultato energetico, in quanto il confronto non avviene tra elementi omogenei.
Conseguentemente, gli interventi di sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con impianti dotati di generatori di calore a biomassa non possono accedere alla detrazione fiscale del 65 per cento.
Potranno, comunque, beneficiare, in presenza di tutti i requisiti richiesti dalla normativa di riferimento, della detrazione fiscale del 36 per cento (attualmente 50 per cento) di cui all’articolo 16-bis, comma 1, lettera h), del TUIR, limitatamente alla quota parte delle spese dell’impianto, compresa la caldaia, riferibili alla porzione di edificio esistente, da individuare con criteri oggettivi tenendo conto dei fabbisogni energetici.

Esclusa l’annotazione in carta di circolazione per i familiari conviventi

Il Ministero dell’interno con la circolare 31 ottobre 2014, n. 300/A/7812/14/106/16 ha chiarito che per quanto riguarda il comodato d’auto in ambito familiare, l’obbligo di annotazione resta escluso nel caso di concessione ad un familiare convivente

Dal 3 novembre 2014 sussiste l’obbligo di comunicazione agli Uffici provinciali della motorizzazione civile finalizzato all’aggiornamento dell’Archivio nazionale dei veicoli e dei documenti di circolazione in caso di atti, diversi dai trasferimenti di proprietà, costituzione di usufrutto, contratti di leasing, dai quali derivino variazioni concernenti gli intestatari delle carte di circolazione, ovvero che comportino la disponibilità dei veicoli, per un periodo superiore a 30 giorni, in favore di soggetti diversi dagli intestatari stessi (art. 94, co. 4-bis, del Codice della strada e art. 247-bis D.P.R. n. 495/1992).
L’obbligo di annotazione, in caso di comodato, è imposto solo quando tale atto, sia esso in forma scritta che orale, preveda l’utilizzo del veicolo da parte del comodatario in modo esclusivo, personale e continuativo per un periodo superiore a trenta giorni.
Per quanto riguarda il comodato in ambito familiare, l’obbligo di annotazione resta escluso nel caso di concessione ad un familiare convivente ed in ogni altro caso è comunque subordinato ai suddetti presupposti, ossia al fatto che il veicolo sia in uso personale e non promiscuo per un periodo continuativo superiore a trenta giorni.
Si evidenzia, a tal riguardo, che nessuna norma impedisce l’utilizzo di un veicolo a titolo di cortesia o di favore da parte di un soggetto diverso dall’intestatario della carta di circolazione.
La comunicazione è obbligatoria per tutti gli atti posti in essere dal 3.11.2014 mentre è facoltativa per gli atti posti in essere tra il 7.12.2012 e il 2.11.2014.
Eventuali sanzioni possono trovare applicazione solo decorsi trenta giorni dal 3.11.2014 e quindi a partire dal 4.12.2014, in relazione alla circostanza che la norma consente all’utilizzatore di provvedere alla richiesta di annotazione entro trenta giorni dall’atto o fatto da cui deriva l’utilizzo stesso.
Chi non osserva il suddetto obbligo è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 705 a euro 3.526 e la violazione può essere contestata solo all’avente causa (es. al comodatario nel caso del comodato) e non automaticamente al conducente se le due figure non coincidono.

Legittimità del patto di prova anche nel secondo contratto di lavoro

La Suprema Corte di Cassazione si è espressa nel senso di ritenere legittimo il patto di prova in due contratti successivamente stipulati tra le parti laddove diretto ad attuare un esperimento mediante il quale sia il datore di lavoro che il lavoratore possono verificare la reciproca convenienza del contratto.

Secondo l’orientamento giurisprudenziale, la causa del patto di prova va, infatti, individuata nella tutela dell’interesse comune alle due parti del rapporto di lavoro, in quanto diretto ad attuare un esperimento mediante il quale sia il datore di lavoro che il lavoratore possono verificare la reciproca convenienza del contratto, accertando il primo le capacità del lavoratore e quest’ultimo, a sua volta, valutando l’entità della prestazione richiestagli e le condizioni di svolgimento del rapporto. Il patto di prova in due contratti successivamente stipulati tra le parti è ammissibile, qualora risponda alle suddette finalità, potendo intervenire nel tempo molteplici fattori, attinenti non soltanto alle capacità professionali, ma anche alle abitudini di vita o a problemi di salute.
Pertanto, in applicazione di tali principi, nel caso di specie (Cass. n. 23381/2014) vi era effettiva necessità per il datore di lavoro di verificare le qualità professionali, il comportamento e la personalità del lavoratore, considerato che: il primo periodo di prova riguardava un rapporto a termine ed era “funzionale alla ben più modesta portata dell’atto negoziale voluto dalle parti”, atteso che il posto il lavoratore era stato già assegnato al vincitore del concorso, temporaneamente assente; vi era una diversità non solo temporale, ma anche qualitativa del periodo di prova apposto ai due contratti; il patto di prova apposto al primo contratto era insufficiente al fine di accertare le reali capacità organizzative, propositive, di direzione e coordinamento del ricorrente.