Gli interventi in materia lavoro della “Legge europea 2013-bis”

 

Il Parlamento è intervenuto con disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza alla Ue, ovviando a sentenze di condanna della Corte di giustizia europea che, altrimenti, implicherebbero pesanti infrazioni. Tra i vari interventi – effettuati con la Legge 30 ottobre 2014, n. 161 – alcuni coinvolgono la materia lavoro.

La prima modifica – ottemperando alla procedura di infrazione n. 2010/4227 – coinvolge l’art. 28, co. 3bis, D. Lgs. n. 81/2008: alla previsione secondo cui in caso di costituzione di nuova impresa, il datore di lavoro è tenuto ad effettuare immediatamente la valutazione dei rischi elaborando il relativo documento entro novanta giorni dalla data di inizio della propria attività, si aggiunge che il datore di lavoro deve comunque dare immediata evidenza, attraverso idonea documentazione, dell’adempimento degli obblighi di cui al comma 2, lettere b), c), d), e) e f), e al comma 3 dello stesso articolo in commento, e immediata comunicazione al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. A tale documentazione accede, su richiesta, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza.
Restando in materia di sicurezza, anche all’articolo 29, comma 3 si apportano alcune precisazioni: in caso di rielaborazione della valutazione dei rischi, il datore di lavoro deve comunque dare immediata evidenza, attraverso idonea documentazione, dell’aggiornamento delle misure di prevenzione e immediata comunicazione al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, il quale, su richiesta, può accedervi.

Il Legislatore interviene anche sull’allegato II al D.Lgs. 17 agosto 1999, n. 298, in materia di salute e sicurezza per il lavoro a bordo delle navi da pesca, affermando che gli obblighi previsti dall’allegato in quesitone trovano applicazione, nella misura consentita dalle caratteristiche strutturali della nave, ogniqualvolta lo richiedano le caratteristiche del luogo di lavoro o dell’attività, le condizioni o un rischio a bordo di una nave da pesca esistente.

In seguito, poi, alla sentenza della Corte di giustizia Ue con cui è stata censurata l’Italia per aver escluso dalla procedura collettiva di riduzione di personale quello con qualifica dirigenziale, La Legge n. 161 interviene sull’articolo 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, in materia di licenziamenti collettivi. Conseguentemente, i dirigenti entrano espressamente a far parte della procedura collettiva di licenziamento e nei confronti degli stessi si seguono le medesime previsioni degli altri lavoratori: pertanto, se coinvolti in un possibile licenziamento uno o più dirigenti, l’impresa o il datore di lavoro non imprenditore, è tenuto a rispettare l’iter previsto dall’art. 4, co. da 2 a 15bis, con l’eccezione dell’ultimo periodo del co. 3, del co. 10, del co. 13.
Quando risulta accertata la violazione delle procedure richiamate all’articolo 4, comma 12, o dei criteri di scelta di cui all’articolo 5, comma 1, l’impresa o il datore di lavoro non imprenditore è tenuto al pagamento in favore del dirigente di un’indennità in misura compresa tra dodici e ventiquattro mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo alla natura e alla gravità della violazione, fatte salve le diverse previsioni sulla misura dell’indennità contenute nei contratti e negli accordi collettivi applicati al rapporto di lavoro.
Previste, infine, dall’art. 14, cit., modifiche all’orario di lavoro del personale dirigenziale degli Enti e delle ASL.

Siglato, nell’Industria Alimentare, l’accordo sul contratto a tempo determinato

 

 

Sottoscritto il 7/11/2014, tra la FEDERALIMENTARE, l’AIDEPI, l’AIIPA, l’ANCIT, l’ANICAV, l’ASSALZOO, l’ASSICA, l’ASSITOL, l’ASSOBIBE, l’ASSOBERRA, l’ASSOCARNI, l’ASSOLATTE. L’ASSODISTIL, la FEDERVINI, l’ITALMOPA, la MINERACQUA, l’UNIONZUCCHERO e la FAI-CISL, la FLAI-CGIL, la UILA-UIL con la partecipazione e il coordinamento di Federalimentare, l’accordo nazionale in materia di contratto a tempo determinato.

Alla luce della legge n. 78/2014, le Parti si danno reciprocamente atto e convengono:
– che l’Accordo del 17/3/2008 sulla stagionalità soddisfa i requisiti legali per la non applicazione di intervalli temporali tra più contratti a tempo determinato stipulati con il medesimo lavoratore.
– fermo restando il numero di 5 proroghe previsto dalla normativa per i rapporti di lavoro a termine, la possibilità di applicare il numero massimo di quattro proroghe anche ad ogni singolo rapporto di lavoro a termine di carattere stagionale di cui all’Accordo di Settore sulla stagionalità del 17/3/2008, fermo restando il rispetto della durata massima complessiva di otto mesi per ogni singolo contratto stagionale prevista dal predetto Accordo di settore.
Le Parti a livello nazionale convengono l’assenza di intervalli temporali nel caso di assunzioni a termine effettuate per finalità di carattere sostitutivo (a mero titolo esemplificativo, lavoratrici in maternità, ferie, malattia, etc.) e che non operano intervalli temporali in tutti i casi di assunzioni a termine di durata non superiore a 12 mesi.
In ogni caso per tutte le ipotesi di contratto a termine opera il limite di legge dei 36 mesi, con le esclusioni previste dalla legge, o le sue eventuali deroghe previste a livello di contrattazione collettiva.
Inoltre è stato individuato come limite percentuale di legge di utilizzo dei contratti a tempo determinato, il 25%, da calcolarsi in media annua dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato occupati nell’impresa alla data del 31 dicembre dell’anno precedente. Nei casi in cui il rapporto percentuale dia un numero inferiore a 10, resta ferma la possibilità di costituire sino a 10 contratti a tempo determinato. L’eventuale frazione di unità derivante dal rapporto percentuale di cui sopra è arrotondata all’unità intera superiore.
Infine, le Parti convengono che la previsione concernente il rispetto del limite percentuale del 14%, trova applicazione solo per i rapporti di lavoro a termine instaurati antecedentemente la data di entrata in vigore della Legge 78/2014 (e cioè il 21/3/2014).

Adeguato il contributo di previdenza complementare per i Dirigenti delle agenzie marittime

Adeguato il contributo di previdenza complementare per i Dirigenti delle agenzie marittime

 

Siglato, il 31/10/2014, tra FEDERAGENTI e MANAGERITALIA l’accordo concernente l’adeguamento del contributo al fondo di previdenza complementare ed assistenza sanitaria integrativa per i dirigenti delle agenzie marittime raccomandatarie, agenzie aeree e mediatori marittimi. L’intesa è valida dall’1/1/2014 al 31/12/2014.

Le Parti hanno concordato di adeguare il contributo aziendale a favore del Fondo Mario Negri, che a far data dall’1/1/2014 viene fissato nella misura dell’1,95% della retribuzione convenzionale annua.
Le stesse, relativamente al piano di riordino del Fasdac, hanno, altresì, stabilito di attivare, limitatamente all’anno 2014, l’adeguamento pari al 2% del contributo di solidarietà a carico di imprese e pensionati, riservandosi la valutazione sulle annualità successive entro la scadenza del vigente ccnl (31/12/2014).
Pertanto, a decorrere dall’1/1/2014, l’aliquota di contribuzione a carico dell’azienda e a favore della gestione dirigenti pensionati è stabilita nella misura del 2,46%, mentre la quota annua a carico dei dirigenti pensionati in euro 2.008,10.

L’adeguamento della contribuzione avverrà entro il 1/1/2015 e senza interessi né ulteriori oneri per le imprese, se non quelli derivanti dalla contribuzione stessa.

Cause di modesto valore: senza bollo e registro anche in appello

Dopo il cambio di passo della Corte di Cassazione, anche l’Agenzia delle Entrate riconsidera la propria posizione e fornisce nuove indicazioni agli uffici territoriali, riconoscendo che il regime di esenzione dall’imposta di bollo e di registro previsto per la cause minori, è applicabile all’intero procedimento giudiziale che in primo grado è attribuito alla competenza del giudice di pace (Risoluzione n. 97/E del 10 novembre 2014).

Con riferimento alle cause e alle attività conciliative in sede non contenziosa il cui valore non eccede la somma di euro 1.033,00, nonché agli atti e ai provvedimenti ad esse relativi, i costi di giusitizia sono costituiti soltanto dal contributo unificato, con esonero dal pagamento dell’imposta di bollo e di registro (cd. “regime fiscale delle cause minori”).
Siccome la norma agevolativa è inserita nella legge istitutiva del giudice di pace, un orientamento prevalente fino a poco tempo fa, riconosceva l’applicabilità del regime di esenzione solo per gli atti e i provvedimenti relativi al giudizio dinanzi al giudice di pace e non anche per quelli emessi dal tribunale ordinario in sede di appello avverso i predetti provvedimenti.
Recentemente, però, la Corte di Cassazione ha affermato un orientamento opposto, che tende a ricomprendere nel regime di esenzione l’intero procedimento giudiziale riguardante le cause di modesto valore (non superiore a 1.033,00 euro) che in primo grado è attribuito alla competenza del giudice di pace, estendendo il beneficio anche alle sentenze emesse su appello delle pronunce del giudice di pace.
In particolare, secondo i giudici della suprema Corte l’applicazione generalizzata dell’esenzione deve ritenersi coerente con la ratio della norma, che è quella di alleviare l’utente dal costo di servizio di giustizia per le procedure di valore più modesto, in relazione alle quali è evidentemente apparso incongruo pretendere l’assolvimento di un tributo che, per il fatto di essere determinato in termini ordinariamente percentuali rispetto alla rilevanza economica della causa avente valore determinato, ammonta comunque ad importo irrisorio e spesso inadeguato a giustificare una complessa procedura di esazione.
Adeguandosi al nuovo orientamento della giurisprudenza di legittimità, l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 97/E/2014 ha riconsiderato il proprio indirizzo, dando indicazioni agli uffici territoriali di riesaminare le controversie pendenti, e qualora ricorrano i principi affermati dalla suprema Corte, abbandonare la pretesa tributaria per cessazione della materia del contendere.
In relazione alle cause di valore non superiore a 1.033,00 euro, dunque, l’esenzione dall’imposta di bollo e di registro e riconosciuta anche per le sentenze di appello alle pronunce del Giudice di Pace.

Decreto semplificazioni: il domicilio al 1° gennaio stabilisce le addizionali IRPEF

Con il “decreto semplificazioni fiscali”, approvato in via definitiva e in corso di pubblicazione in G.U., sono state stabilite diverse misure di semplificazione e snellimento degli adempimenti fiscali, con eliminazione di alcuni ritenuti superflui. Tra queste, il decreto introduce modifiche ai criteri di applicazione dell’addizionale IRPEF regionale.

In particolare, l’articolo 8 del “decreto semplificazioni” modifica le norme che stabiliscono la Regione (o Provincia autonoma) competente ai fini del versamento dell’addizionale regionale all’IRPEF.
Secondo le regole fin’ora applicabili, l’addizionale regionale all’IRPEF è versata alla Regione in cui il contribuente ha il domicilio fiscale alla data del 31 dicembre dell’anno cui si riferisce l’addizionale stessa.
Una particolare disposizione stabilisce, poi, che relativamente ai redditi di lavoro dipendente ed a quelli assimilati, l’addizionale regionale deve essere versata alla Regione in cui il lavoratore ha il domicilio fiscale alla data in cui il datore di lavoro effettua le operazioni di conguaglio relative a detti redditi.
Grazie alla modifica introdotta dal decreto semplificazioni, l’addizionale IRPEF regionale sarà versata alla Regione in cui il contribuente ha il domicilio fiscale al 1° gennaio dell’anno cui si riferisce l’addizionale stessa.
Viene eliminata, dunque, la differenziazione per i redditi di lavoro dipendente ed assimilati, uniformando il criterio di determinazione della Regione competente ai fini dell’addizionale IRPEF regionale, con quello già previsto per identificare il Comune competente ai fini dell’addizionale IRPEF comunale.
La modifica, dunque, mira a semplificare gli adempimenti a carico dei contribuenti, fissando dall’inizio dell’anno la Regione (o provincia autonoma) a cui deve essere versata l’addizionale IRPEF regionale, che resta invariata per tutto il periodo d’imposta, anche in caso di trasferimento del domicilio fiscale in una Regione diversa.
La decorrenza delle nuove regole, tuttavia, non è stata definita nell’ambito del “decreto semplificazioni”, ma è delegata all’Agenzia delle Entrate, che dovrà individuare con uno o più provvedimenti le modalità e i termini di applicazione del nuovo criterio del domicilio fiscale al 1° gennaio.

IL DOMICILIO FISCALE
Agli effetti dell’applicazione delle imposte sui redditi ogni soggetto si intende domiciliato in un comune dello Stato, secondo i seguenti criteri:
– le persone fisiche residenti nel territorio dello Stato hanno il domicilio fiscale nel comune nella cui anagrafe sono iscritte. Quelle non residenti hanno il domicilio fiscale nel comune in cui si è prodotto il reddito o, se il reddito è prodotto in più comuni, nel comune in cui si è prodotto il reddito più elevato. I cittadini italiani, che risiedono all’estero in forza di un rapporto di servizio con la pubblica Amministrazione, nonché quelli considerati residenti (trasferiti in paesi black list), hanno il domicilio fiscale nel comune di ultima residenza nello Stato;
– i soggetti diversi dalle persone fisiche hanno il domicilio fiscale nel comune in cui si trova la loro sede legale o, in mancanza, la sede amministrativa; se anche questa manchi, essi hanno il domicilio fiscale nel comune ove è stabilita una sede secondaria o una stabile organizzazione e in mancanza nel comune in cui esercitano prevalentemente la loro attività.
Le cause di variazione del domicilio fiscale hanno effetto dal sessantesimo giorno successivo a quello in cui si sono verificate.