Nuove precisazioni Inps sull’esonero contributivo triennale (parte 1°)

Si forniscono ulteriori chiarimenti sulla fruizione dell’esonero contributi triennale per i datori di lavoro iscritti alla gestione dipendenti pubblici ed ai giornalisti iscritti all’INPGI.

Come risaputo, la fruizione dell’esonero contributivo triennale concerne i datori di lavoro privati e i soggetti giuridici, quali gli enti pubblici economici che, pur essendo organismi pubblici, svolgono in via principale o esclusiva un’attività economica ex art. 2082 c.c., in regime di concorrenza con imprenditori privati. Inoltre, la fruizione dell’incentivo in argomento riguarda altresì i datori di lavoro che, pur essendo tenuti all’assolvimento degli obblighi assicurativi verso le casse della Gestione Pubblici Dipendenti (CPDEL, CPI, CPS, CPUG, CTPS), hanno natura di soggetto privato.
Sono esclusi dall’applicazione del beneficio in parola:
– le amministrazioni dello Stato, ivi compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative. Sono da comprendere nell’ambito degli istituti e scuole di ogni ordine e grado le Accademie e i Conservatori statali;

– le aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo;
– le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane e loro consorzi e associazioni;
– le istituzioni universitarie;
– gli Istituti autonomi case popolari;
– le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e loro associazioni;
– gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali;
– le amministrazioni, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale;
– l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN);
– le Agenzie di cui al Decreto Legislativo n. 300/1999.
Le pubbliche amministrazioni comprendono: le Aziende sanitarie locali, le Aziende sanitarie ospedaliere e le diverse strutture sanitarie istituite dalle Regioni con Legge regionale nell’ambito dei compiti di organizzazione del servizio sanitario attribuiti alle medesime; le IPAB e le ex IPAB trasformate in Aziende Pubbliche di Servizi alla Persona (ASP).
Non possono fruire dell’esonero contributivo triennale, inoltre, la Banca d’Italia, la Consob e, in linea generale, le Autorità Indipendenti, nonché le Università non statali legalmente riconosciute qualificate enti pubblici non economici dalla giurisprudenza amministrativa e ordinaria.

Possono godere, invece, dell’esonero contributivo triennale:
– gli enti pubblici economici;
– gli Istituti autonomi case popolari trasformati in base alle diverse leggi regionali in enti pubblici economici;
– gli enti che – per effetto dei processi di privatizzazione – si sono trasformati in società di persone o società di capitali ancorché a capitale interamente pubblico;
– le ex IPAB trasformate in associazioni o fondazioni di diritto privato, in quanto prive dei requisiti per trasformarsi in ASP, ed iscritte nel registro delle persone giuridiche;
– le aziende speciali costituite anche in consorzio, ai sensi degli artt. 31 e 114 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267;
– i consorzi di bonifica;
– i consorzi industriali;
– gli enti morali;
– gli enti ecclesiastici.

I datori di lavoro aventi titolo all’esonero contributivo triennale devono richiedere il codice di autorizzazione “6Y” avente il significato di “Esonero contributivo articolo unico, commi 118 e seguenti, legge n. 190/2014”. La richiesta di attribuzione del suddetto codice di autorizzazione “6Y” deve essere inoltrata prima della trasmissione della denuncia contributiva relativa al primo periodo retributivo in cui si intende esporre l’esonero medesimo. Detta richiesta va effettuata avvalendosi della funzionalità “contatti” del cassetto previdenziale aziende, selezionando nel campo oggetto la denominazione “esonero contributivo triennale legge n. 190/2014”, utilizzando la seguente locuzione: “Richiedo l’attribuzione del codice di autorizzazione 6Y ai fini della fruizione dell’esonero contributivo introdotto dalla legge n. 190/2014, art. 1, commi 118 e seguenti, come da circolare n. 17/2015”. La sede territorialmente competente attribuirà il predetto codice di autorizzazione alla posizione contributiva relativa ai lavoratori che versano la contribuzione pensionistica alla Gestione dipendenti pubblici con validità dall’1/01/2015 – 31/12/2018, dandone comunicazione al datore di lavoro attraverso il medesimo cassetto previdenziale. Il controllo in ordine alla legittimità di fruizione dell’esonero contributivo in oggetto sarà realizzato attraverso l’istituenda base dati “lavoratori agevolati”.
I datori di lavoro che intendono accedere al beneficio ma che non hanno accesso alla funzionalità “contatti” del cassetto previdenziale aziende dovranno inoltrare alla casella PEC della Direzione Centrale Entrate la richiesta di “Esonero contributivo articolo unico, commi 118 e seguenti, legge n. 190/2014” prima della trasmissione della denuncia contributiva relativa al primo periodo retributivo in cui si intende esporre l’esonero medesimo.

A partire dalla denuncia del periodo retributivo di novembre 2015, i datori di lavoro iscritti alla Gestione Dipendenti Pubblici espongono nel flusso UniEmens, sezione ListaPosPA, i lavoratori per i quali spetta l’esonero valorizzando, secondo le consuete modalità, l’elemento <imponibile> e l’elemento <contributo> della gestione pensionistica dell’elemento <D0_DenunciaIndividuale> della sezione<PosPa>. In particolare, si precisa che nell’elemento <contributo> della <GestionePensionistica> deve essere indicata la contribuzione piena calcolata sull’imponibile pensionistico del mese. I datori di lavoro che fruiscono del beneficio devono valorizzare nell’ambito della gestione pensionistica all’interno di <D0_DenunciaIndividuale>, l’elemento <RecuperoSgravi>.

Per i rapporti di lavoro instaurati ovvero risolti nel corso del mese, il massimale mensile va ridotto proporzionalmente al numero dei giorni di lavoro, assumendo a riferimento la misura giornaliera di esonero contributivo di € 22,08, corrispondente al massimale annuo suddiviso per 365.
I datori di lavoro iscritti alla Gestione Dipendenti Pubblici devono fruire del beneficio prioritariamente in relazione ai contributi relativi alla gestioni pensionistiche (CPDEL, CPI, CPS, CPUG, CTPS) nei limiti della quota a carico del datore di lavoro e, solo in caso di successiva capienza in ordine al massimale mensile, in relazione alle “contribuzioni minori”, da versare alla competente Gestione INPS, per la quota residua, rispettando il limite complessivo mensile di € 671,66 (cfr. Circolare Inps n. 17/2015).

Nell’ipotesi in cui, in un determinato mese, spetti un beneficio superiore alla soglia massima mensile di € 671,66, l’eccedenza può essere esposta nel mese corrente e nei mesi successivi indicando, nell’elemento <CodiceRecupero>, il valore “4”, avente il significato di “Conguaglio residuo esonero contributivo articolo unico, commi 118 e seguenti legge n.190/2014”, ferma restando la soglia massima di esonero contributivo da determinare in funzione dell’anno di riferimento e del mese di liquidazione delle retribuzioni.
Nel caso in cui sia necessario modificare i dati relativi all’esonero contributivo indicati nelle denunce trasmesse in precedenza, è necessario elaborare dei V1 causale 5, tenendo conto delle indicazioni fornite per la valorizzazione dell’elemento <RecuperoSgravi>, avendo cura di valorizzare, altresì, l’importo indicato nella precedente denuncia individuale (E0, V1 causale 2) in corrispondenza del <CodiceRecupero> 5 “Esonero contributivo soglia mensile articolo unico, commi 118 e seguenti, della Legge 23 dicembre 2014, n. 190 – valore dichiarato in precedente denuncia”.

Non è modificabile dal giudice la sanzione disciplinare

 

 

03 nov 2015 In caso di impugnazione di un provvedimento disciplinare, il giudice può convalidare oppure annullare la sanzione comminata al lavoratore ma non ha il potere di modificare l’entità della pena applicata, in quanto il potere disciplinare spetta in via esclusiva al datore di lavoro che deve infliggere sanzioni disciplinari proporzionate alla gravità dell’illecito accertato (Corte di Cassazione sentenza n. 22150 del 29/10/2015).

Il caso di specie riguarda il ricorso presentato e rigettato nei primi due gradi di giudizio, da parte di una società datoriale che ha richiesto l’accertamento della legittimità della sanzione disciplinare irrogata al proprio dipendente.
La Corte di merito nel rigettare il ricorso ha affermato che l’illecito addebitato al lavoratore, pur esistente, non meritasse una sanzione tanto grave come quella irrogata, ossia 4 giorni di sospensione dal lavoro ed ha escluso la possibilità della sostituzione con un’altra meno severa, non potendo in tal caso il giudice esercitare un potere riservato all’imprenditore.
Ancora la società datoriale ha presentato ricorso in Cassazione che ha dato continuità all’orientamento giurisprudenziale secondo cui il potere di infliggere sanzioni disciplinari proporzionate alla gravità dell’illecito accertato non può essere esercitato dal giudice, neppure quanto alla riduzione della gravità della sanzione.
Invero, la graduazione della sanzione in relazione alla gravità dell’illecito disciplinare è espressione di una discrezionalità che rientra nel più ampio potere organizzativo quale aspetto del diritto di iniziativa economica privata che la Costituzione riconosce all’imprenditore.
Pertanto il giudice deve limitarsi a verificare, oltre all’esistenza in punto di fatto dell’addebito, il rispetto delle disposizioni legislative e contrattuali in materia e, in particolare, del principio inderogabile previsto dal codice civile, secondo cui le sanzioni disciplinari devono essere proporzionate alla gravità dell’infrazione, fatto salvo il caso in cui l’imprenditore abbia superato il massimo edittale e la riduzione disposta dal giudice consista, perciò, soltanto nel ricondurre la sanzione entro tale limite.

Licenziamento e rifiuto di trasformazione del rapporto di lavoro in part time

3 nov 2015 E’illegittimo il licenziamento del lavoratore che si rifiuta di ridurre il proprio impegno orario, lo stabilisce la Corte di Cassazione con sentenza n. 21875 del 27 ottobre 2015. È però fatta salva l’ipotesi in cui il datore dimostri che sussitano oggettive esigenzeaziendali che impediscono la prosecuzione del rapporto a tempo pieno.

Nell fattispecie, una lavoratrice ha presentato ricorso innanzi al Tribunale per il licenziamento intimatole dalla società per cui lavorava, per aver rifiutato di acconsentire alla riduzione a 20 ore settimanali dell’orario di lavoro.
La Corte d’appello confermando il rigetto del ricorso del Giudice di I grado, ha affermato che il licenziamento della donna fosse giustificato da motivi economici, infatti l’azienda versava in condizioni di deterioramento finanziario e per questo era stata costretta ad una riorganizzazione economico-aziendale, con una conseguente riduzione dei costi del personale dipendente.
Non confermando i giudizi di I e II grado, la Cassazione ha diversamente dichiarato che il rifiuto del lavoratore di trasformare il proprio rapporto di lavoro a tempo pieno in parziale, non costituisce giustificato motivo di licenziamento, così come previsto dall’art. 5, co. 1, del D.Lgs. n. 61/2000, confermato dall’art. 8, comma 1, del D.L.vo n. 81/2015.
La suddetta norma nazionale, interpretata alla luce di quella comunitaria, impone quindi al datore di lavoro che licenzia il lavoratore di dimostrare che sussistano effettive esigenze economico – organizzative in base alle quali la prestazione non può essere mantenuta a tempo pieno, ma solo con l’orario ridotto, nonché il nesso causale tra queste e il licenziamento.

Quando la trasferta parte da casa, l’indennità chilometrica in più è imponibile

Nell’ipotesi in cui sia autorizzata la partenza dalla propria residenza, se la distanza percorsa dal dipendente per raggiungere la località di trasferta risulti maggiore rispetto a quella calcolata dalla sede di lavoro, con la conseguenza che al lavoratore viene erogato, in base alle tabelle ACI, un rimborso chilometrico di importo maggiore rispetto a quello calcolato dalla sede di lavoro, la differenza deve essere assoggettata a tassazione fiscale e previdenziale (Agenzia delle Entrate – Risoluzione n. 92/E del 2015).

L’Agenzia delle Entrate ha precisato che i rimborsi chilometrici ai dipendenti, per le trasferte fuori comune con partenza da casa, scontano un doppio regime di tassazione, a seconda che il percorso sia minore o maggiore rispetto a quello con partenza dalla sede di lavoro. Nel primo caso l’esenzione è totale, mentre nella seconda ipotesi è limitata al rimborso corrispondente al percorso con partenza dalla sede di lavoro. L’eccedenza si considera reddito di lavoro dipendente imponibile.

IL CASO

Il quesito è stato formulato da una compagnia assicurativa che, sulla base del CCNL di settore e della contrattazione integrativa aziendale, riconosce al personale in trasferta fuori dal territorio comunale della sede di lavoro, per l’utilizzo della propria autovettura, l’indennità chilometrica calcolata moltiplicando i chilometri riconosciuti per l’importo unitario determinato sulla base delle Tabelle ACI applicabili al veicolo di riferimento.
Ai fini della tassazione sulle somme corrisposte, la compagnia opera la seguente distinzione quando, per motivi organizzativi, il dipendente parte dalla propria abitazione invece che dalla sede di lavoro:
– quando il percorso per raggiungere la località di trasferta, calcolato a partire dall’abitazione del dipendente, è più breve rispetto a quello calcolato partendo dalla sede di lavoro, l’indennità chilometrica spettante viene interamente riconosciuta in regime di esenzione fiscale e contributiva;
– quando, invece, il percorso per raggiungere la località di trasferta, calcolato a partire dall’abitazione, è più lungo rispetto a quello calcolato partendo dalla sede di lavoro, l’indennità chilometrica, seppur corrisposta in ragione dell’intero percorso, è assoggettata a tassazione, fiscale e previdenziale, per la sola quota riferibile alla maggiore distanza percorsa; ciò nel presupposto che l’importo tassato è da considerarsi quale rimborso erogato per il tratto abitazione – sede lavoro.
Su sollecitazione dei dipendenti che chiedono l’esenzione totale sull’indennità chilometrica anche quando il percorso per raggiungere la località di trasferta, calcolato a partire dall’abitazione, è più lungo rispetto a quello calcolato partendo dalla sede di lavoro, la società ha sottoposto interpello all’Agenzia delle Entrate.

I CHIARIMENTI DEL FISCO

Con la risoluzione n. 92/E del 30 ottobre 2015, l’Agenzia ha precisato che tutte le somme che il datore di lavoro corrisponde al lavoratore, anche a titolo di erogazioni liberali e rimborso spese, sono soggette a tassazione, fatta eccezione per quelle specificamente escluse dal TUIR (art. 51, del D.P.R. n. 917/1986).
In particolare, i rimborsi chilometrici corrisposti per le trasferte fuori dal territorio comunale della sede di lavoro sono esenti da imposizione, sempreché, in sede di liquidazione, l’ammontare dell’indennità sia calcolato in base alle tabelle ACI, avuto riguardo alla percorrenza, al tipo di automezzo usato dal dipendente e al costo chilometrico ricostruito secondo il tipo di autovettura.
Laddove la distanza percorsa dal dipendente per raggiungere, dalla propria residenza, la località di trasferta risulti inferiore rispetto a quella calcolata dalla sede di lavoro, con la conseguenza che al lavoratore è riconosciuto, in base alle tabelle ACI, un rimborso chilometrico di minor importo, quest’ultimo è da considerare non imponibile.
Invece, nell’ipotesi in cui la distanza percorsa dal dipendente per raggiungere, dalla propria residenza, la località di trasferta risulti maggiore rispetto a quella calcolata dalla sede di lavoro, con la conseguenza che al lavoratore viene erogato, in base alle tabelle ACI, un rimborso chilometrico di importo maggiore rispetto a quello calcolato dalla sede di servizio, la differenza è da considerarsi reddito imponibile.
Il rispetto dei suddetti principi dovrà essere comprovato dalla documentazione interna conservata a cura del datore di lavoro.

Confisca per l’omesso versamento di ritenute: sciolti i dubbi

Secondo quanto chiarito dalla Corte di Cassazione, per la configurabilità del reato per omesso versamento delle ritenute dovute o certificate, per l’esatto accertamento dell’imposta evasa, è necessario provare l’esistenza delle certificazioni rilasciate ai sostituiti e non solo il mancato versamento delle ritenute indicate nei mod. 770 (Corte di cassazione – sentenza n. 41842/2015).

A seguito dell’omesso versamento delle ritenute, possono essere determinate le somme di denaro o individuati i beni assoggettati a confisca in quanto costituenti il profitto o il prezzo del reato, e qualora non sia possibile, viene ordinata la confisca del valore corrispondente al profitto o al prezzo di tali reati (confisca per equivalente). In tal caso, quindi, va individuato il profitto del reato che, secondo la giurisprudenza, va rapportato al risparmio di spesa derivante dall’evasione d’imposta, comprensivo anche degli ulteriori vantaggi riflessi riconducibili alle sanzioni e alle altre somme eventualmente dovute.
La confisca non può, in ogni caso, superare il profitto del reato ed inoltre, nel caso in cui l’imputato sia il rappresentante legale di una società, è necessario accertare se il profitto del reato possa essere rinvenuto presso la società medesima.

Detto ciò:
– è consentito nei confronti di una persona giuridica il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di denaro o di altri beni fungibili o di beni direttamente riconducibili al profitto di reato tributario commesso dagli organi della persona giuridica stessa, quando tale profitto (o beni direttamente riconducibili al profitto) sia nella disponibilità di tale persona giuridica;
– non è consentito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti di una persona giuridica qualora non sia stato reperito il profitto di reato tributario compiuto dagli organi della persona giuridica stessa, salvo che la persona giuridica sia uno schermo fittizio;
– non è consentito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti degli organi della persona giuridica per reati tributari da costoro commessi, quando sia possibile il sequestro finalizzato alla confisca di denaro o di altri beni fungibili o di beni direttamente riconducibili al profitto di reato tributario compiuto dagli organi della persona giuridica stessa in capo a costoro o a persona (compresa quella giuridica) non estranea al reato;
– la impossibilità del sequestro del profitto di reato può essere anche solo transitoria, senza che sia necessaria la preventiva ricerca generalizzata dei beni costituenti il profitto di reato.