È RAPPORTO DI LAVORO SUBORDINATO SE SUSSISTONO GLI ELEMENTI CHE LO CARATTERIZZANO

Se c’è il controllo dell’orario di lavoro e l’inserimento del lavoratore nell’organizzazione aziendale, non si può parlare di lavoro autonomo bensì di prestazione subordinata, indipendentemente dal nomen iuris dato dalle parti. (Cass. Sent. 22 maggio 2013, n. 12572)

Nel caso di specie, una Casa di Cura era stata condannata dalla Corte di Appello di Roma, al pagamento a favore di un medico che prestava il suo lavoro nella struttura, di una somma di danaro a titolo di differenze retributive, perché era emerso dai fatti istruttori, che indipendentemente dal nomen iuris dato dalle parti al rapporto di lavoro intercorso, in realtà sussistevano tutti gli elementi caratterizzanti il rapporto di lavoro subordinato.
La Casa di cura aveva presentato ricorso avverso la sentenza della Corte di Appello sostenendo tra l’altro che il nomen iuris risultante anche dalle dichiarazioni dello stesso medico per tutta la durata del rapporto, erano in senso contrario alla qualificazione di un rapporto di lavoro subordinato.

La Suprema Corte ha però rigettato il ricorso sostenendo che ai fini della qualificazione di un rapporto di lavoro come autonomo o subordinato, occorre far riferimento ai dati fattuali emergenti dal concreto svolgimento della prestazione, e non alla volontà espressa dalle parti al momento della stipula del contratto di lavoro.

In particolare, nei casi di difficile qualificazione a causa della natura intellettuale dell’attività svolta (come quello dell’attività lavorativa prestata da un libero professionista – in questo caso il medico – in favore di una organizzazione imprenditoriale) l’essenziale criterio distintivo della subordinazione, intesa come assoggettamento del lavoratore al potere organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, deve necessariamente essere accertato o escluso sulla base di elementi sussidiari che il giudice di merito deve individuare con accertamento di fatto.
Nella specie, la Corte di Appello si è sostanzialmente adeguata ai principi elaborati dalla giurisprudenza della Suprema Corte, in quanto ha fondato la propria decisione sul rilievo che il datore di lavoro, attraverso l’imposizione di un orario di lavoro, cui il medico era tenuto, esercitava il proprio controllo sull’osservanza da parte di quest’ultimo dell’orario di lavoro esplicando in tal modo il proprio potere direttivo, organizzativo e gerarchico.
Per la Corte di Cassazione, risultando dimostrata:
– la collaborazione sistematica e non occasionale,
– l’osservanza di un orario predeterminato,
– il coordinamento dell’attività lavorativa all’assetto organizzativo dato all’impresa dal datore di lavoro secondo le mutevoli esigenze di tempo e di luogo dell’organizzazione imprenditoriale,
il giudice di appello ha correttamente ritenuto la sussistenza tra le parti di un rapporto di lavoro subordinato, respingendo il ricorso della Casa di Cura.