Deposito merce in altro Stato UE: equivale a cessione intracomunitaria assimilata

Con la Risposta ad interpello n. 273 del 25 agosto 2020, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che l’invio di beni presso deposito situato in altro Stato membro dell’Unione Europea senza vendita contestuale, in attesa dell’ordine di acquisto da parte del cessionario, equivale ad una cessione intracomunitaria, che presuppone l’attivazione di una posizione fiscale nello Stato in cui è situato il deposito e la fatturazione della medesima merce alla posizione attivata, con assolvimento dell’Iva nel predetto Stato membro.

Lo spostamento fisico di beni dall’Italia ad altro Stato membro dell’Unione Europea, presso il magazzino di una terza società, senza il passaggio della proprietà degli stessi, costituisce un’ipotesi di cessione intracomunitaria “per assimilazione” e, in particolare, il cd. “trasferimento a se stessi”.
Si tratta della previsione normativa secondo cui è assimilato ad una cessione intracomunitaria non imponibile, l’invio di beni nel territorio di altro Stato membro, mediante trasporto o spedizione a cura del soggetto passivo nel territorio dello Stato, o da terzi per suo conto, in base ad un titolo diverso da: perizie o perfezionamento o manipolazioni usuali o utilizzo temporaneo per l’esecuzione di prestazioni.
Il principio (di derivazione comunitaria), in altri termini, assimila alle cessioni intracomunitarie non imponibili vere e proprie – effettuate a titolo oneroso – la spedizione (senza vendita contestuale), da parte di un soggetto passivo, di beni della sua impresa a destinazione di un altro Stato membro, a condizione che i beni non siano oggetto di operazioni di manipolazione relative al perfezionamento attivo o destinati ad essere utilizzati temporaneamente per l’esecuzione di prestazioni di servizi o che beneficino dell’ammissione temporanea in totale esenzione dei dazi doganali.
In tal caso, il soggetto passivo in Italia che spedisce “in deposito” i beni della propria impresa, è tenuto a nominare un rappresentante fiscale o a richiedere l’identificazione diretta nel Paese membro di destinazione della merce al fine di assolvere l’imposta sull’acquisto intracomunitario “per assimilazione”.
Trattandosi di cessione intracomunitaria, al trasferimento dei beni nel Paese membro di destinazione deve corrispondere una fattura non imponibile emessa nei confronti della propria partita IVA attivata nello Stato membro di destinazione, in cui dovrà essere assolta l’imposta.
La successiva cessione dei beni stoccati presso i magazzini agli effettivi cessionari sarà soggetta alle formalità e alla normativa IVA in vigore nello Stato membro in cui è situato il deposito.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, questo deve ritenersi il regime IVA applicabile all’ipotesi di seguito rappresentata:
La società (soggetto passivo in Italia), operante nel settore della produzione e commercializzazione all’ingrosso, allo scopo di ottimizzare l’approvvigionamento dei propri clienti in Gran Bretagna e Irlanda, aderisce mediante accordo ad una piattaforma logistica presso un magazzino situato in altro Stato membro (Belgio), dove invia periodicamente quantitativi di merce comunicati dai clienti in base al proprio fabbisogno.
Le merci, quindi, sono oggetto di raggruppamento e/o smistamento presso la piattaforma (in Belgio), restando ivi temporaneamente stoccate per brevi periodi. I clienti inviano l’ordine di acquisto della merce sia alla società che al gestore della piattaforma. A questo punto, la società incarica il gestore della piattaforma di effettuare il trasporto delle merci dal magazzino (in Belgio) presso il luogo convenuto con i clienti per la cessione definitiva.

Integratori alimentari: aliquota IVA da applicare

La cessione degli integratori alimentari è soggetta a un’aliquota IVA ridotta solo nel caso in cui i loro componenti siano riconducibili ai prodotti indicati nella Tabella A, parti II, II-bis o III, allegate al Decreto IVA, cui consegue l’applicazione dell’aliquota IVA del 4, del 5 o del 10 per cento. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposte 25 agosto 2020, n. 269 e n. 270)

I cd. “integratori alimentari” non sono un prodotto che di per sé beneficia dell’aliquota IVA ridotta in quanto sono previsti in alcuna delle parti della Tabella A, allegata al Decreto IVA.
L’eventuale applicazione agli stessi di un’aliquota IVA ridotta dunque è sempre avvenuta caso per caso, in base al parere tecnico reso dall’ADM che ne analizza la relativa composizione.
In altri termini, la cessione degli integratori alimentari è stata ritenuta soggetta a un’aliquota IVA ridotta solo nel caso in cui i loro componenti fossero stati riconducibili – in base al parere dell’ADM – ai prodotti indicati nella Tabella A, parti II, II-bis o III, allegate al Decreto IVA, cui consegue l’applicazione dell’aliquota IVA del 4, del 5 o del 10 per cento.
Gli integratori alimentari oggetto delle istanze presentano alcune specifiche peculiarità derivanti principalmente dai diversi elementi di cui ogni singolo prodotto risulta essere composto, di seguito dettagliate:
1: si tratta di un preparato in polvere al sapore di mango contenente proteine ed edulcoranti. Il prodotto è composto da diversi ingredienti di origine naturale, tra cui principalmente polvere di latte di cocco (6%), buccia di psillio (3,5%), polvere di papaia (1%), estratto di curcuma (0,6%), polvere di polpa di mango (0,6%), polvere di succo di melograno (0,4%) e polvere di matcha (0,33%). Si presenta sotto forma di preparato in polvere da unire, per l’uso, al latte scremato e all’olio in modo da ottenere una bevanda aromatizzata sostitutiva ai pasti.
2: è un preparato in polvere al sapore di frutti rossi composto da diversi ingredienti di origine naturale, tra cui principalmente aronia in polvere (6,85%), mirtillo in polvere (6,3%), estratto di ibisco (5,55%), estratto di acerola (1,57%), estratto di goji (0,43%), estratto di bambù (0,085%), estratto di curcuma (0,085%) e estratto di buccia d’uva (0,06%). Si presenta sotto forma di preparato in polvere da disciogliere, per l’uso, in acqua, in modo da ottenere un integratore alimentare.
3: è una barretta di frutta al cocco composta da diversi ingredienti di origine naturale, tra cui datteri, cocco grattugiato (15%), fiocchi di avena senza glutine e vaniglia bourbon.
4: è una barretta di frutta, ai frutti di bosco composta da diversi ingredienti di origine naturale, tra cui principalmente gelsi (7%), bacche di goji (5%) e mirtilli (2%).
5: barretta nutrizionale composta principalmente da cacao in polvere (6%) e olio d’arancio.
6. in capsule con vitamina C composto principalmente da mela (7,9%), erba di grano (7,9%), alfalfa (6,5%) e clorella (5,1%). Si presenta sotto forma di capsule, da assumere unitamente all’acqua.
7. in capsule con estratti naturali ed è composto da diversi ingredienti tra cui estratto di tè verde, coenzima Q10 e estratto di radice di ashwagandha.
Tutti i prodotti oggetto delle due istanze di interpello possono beneficiare dell’aliquota IVA del 10 per cento.

Più tempo per correggere l’esito del controllo formale delle dichiarazioni

C’è tempo fino al 16 settembre per fornire chiarimenti al fine di ottenere la rideterminazione delle somme dovute, a seguito del controllo automatizzato e formale delle dichiarazioni, riferite ad atti per i quali il termine sia scaduto nel periodo compreso tra l’8 marzo e il 31 maggio 2020. Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 25/E del 2020.

In base alle norme che disciplinano le attività di controllo automatizzato e formale delle dichiarazioni dei redditi ed IVA, il contribuente, in seguito al ricevimento della comunicazione degli esiti del controllo (ovvero della cartella di pagamento), ha 30 giorni di tempo per fornire chiarimenti e segnalare eventuali dati o elementi non considerati o valutati erroneamente, al fine di ottenere la rideterminazione delle somme dovute. Tale termine coincide, ordinariamente, con quello entro cui deve essere eseguito il pagamento dell’intero importo dovuto o della prima rata, beneficiando della riduzione delle sanzioni.
In considerazione dell’emergenza da Covid-19, l’articolo 144 del cd. “Decreto Rilancio” ha previsto la remissione in termini e la proroga dei termini per il versamento, anche rateale, delle somme dovute a seguito delle attività di controllo automatizzato e formale delle dichiarazioni dei redditi ed IVA, nonché delle somme dovute a seguito della liquidazione dei redditi soggetti a tassazione separata, la cui scadenza sia compresa nel periodo tra l’8 marzo e il 31 maggio 2020 (periodo di sospensione).
In tal caso, i versamenti interessati possono essere eseguiti entro il 16 settembre 2020, senza applicazione di ulteriori sanzioni e interessi.
In alternativa al pagamento in unica soluzione, è possibile effettuare i versamenti delle somme dovute in quattro rate mensili di pari importo, da pagare entro le seguenti scadenze: 16 settembre, 16 ottobre, 16 novembre, 16 dicembre 2020. In ogni caso non si procede al rimborso di quanto già versato.
In proposito è stato chiesto all’Agenzia delle Entrate se la proroga disposta dall’articolo 144 del “Decreto Rilancio” riguardi esclusivamente i termini di versamento delle somme dovute oppure si estenda anche al termine entro cui il contribuente può fornire chiarimenti e chiedere la rideterminazione degli esiti.
Nell’ambito della Circolare n. 25/E del 2020 (punto 3.5), l’Agenzia ha precisato che, sebbene la suddetta norma non contenga alcun riferimento esplicito al termine entro cui il contribuente può fornire chiarimenti, la stretta correlazione tra i due termini (quello per il versamento e quello per i chiarimenti), deve far ritenere che la proroga al 16 settembre 2020 possa intendersi estesa anche al termine per fornire chiarimenti.
Pertanto, con riferimento alle comunicazioni per le quali il termine di versamento in unica soluzione o della prima rata sarebbe scaduto ordinariamente nel periodo compreso tra l’8 marzo e il 31 maggio 2020, anche il termine per fornire chiarimenti e chiedere la rideterminazione degli esiti – mantenendo il beneficio della riduzione delle sanzioni sulle residue somme dovute – può considerarsi prorogato al 16 settembre 2020.

Con riferimento, invece, all’ipotesi di pagamenti rateali delle somme dovute in base agli esiti del controllo automatizzato e formale delle dichiarazioni dei redditi ed IVA, è stato chiesto all’Agenzia delle Entrate se la proroga di una rata scaduta nel periodo di sospensione (8 marzo – 31 maggio 2020) influenzi anche le rate successive, oppure le stesse mantengano le originarie scadenze. Al riguardo, l’Agenzia ha osservato che secondo le regole che disciplinano la rateazione, l’importo dovuto è suddiviso in rate trimestrali che scadono l’ultimo giorno di ciascun trimestre successivo alla scadenza della prima rata. Nella predisposizione dei piani di rateazione, dunque, la scadenza delle rate successive è determinata in base alla scadenza della prima rata.
Ne consegue, secondo l’Agenzia delle Entrate, che nel caso in cui il termine di versamento della prima rata ricada nel periodo di sospensione, la proroga produce un effetto traslativo anche sulle scadenze delle rate successive. Tutto il piano di rateazione, perciò, sarà costruito sulla scadenza (prorogata) della prima rata.
Diversamente, se nel periodo di sospensione ricade il termine di versamento di una rata diversa dalla prima, la proroga interesserà solo tale rata, senza influenzare le rate successive, che mantengono la loro scadenza originaria.

Covid-19: istituito il Fondo per le imprese di pesca

Per far fronte ai danni diretti e indiretti derivanti dall’emergenza COVID-19 e per assicurare la continuità aziendale delle imprese agricole, della pesca e dell’acquacoltura, ai sensi dell’art. 78, co. 2, D.L. n. 18/2020, conv., con modif., dalla L. n. 27/2020, il Ministero delle Politiche Agricole ha istituito un Fondo con una dotazione di 100 milioni di euro per l’anno 2020, di cui 20 milioni di euro per sospensione dell’attività economica delle imprese della pesca e dell’acquacoltura (Ministero Politiche Agricole – decreto 17 luglio 2020).

Possono beneficiare degli interventi del Fondo le imprese della pesca e dell’acquacoltura che risultino stabilmente operative nel territorio italiano e che abbiano subito danni diretti o indiretti dall’emergenza COVID-19.

La concessione del contributo è condizionata all’avvio da parte dei soggetti richiedenti della rispettiva attività economica in data antecedente al 3 giugno 2020, da accertarsi, per le imprese di pesca attraverso l’armamento alla stessa data, di almeno un’imbarcazione da pesca, mentre per le imprese acquicole, previa verifica dell’intervenuta attivazione, prima dello stesso termine, presso il Registro imprese e della permanenza di tale requisito alla data di presentazione della domanda di accesso alle agevolazioni.

La concessione del contributo è subordinata alla presentazione da parte dei soggetti richiedenti della seguente documentazione da compilarsi secondo i termini e le modalità che saranno definite con separato provvedimento del direttore della pesca marittima e dell’acquacoltura del Ministero:

– domanda di accesso alle procedure di erogazione del contributo;

– dichiarazione sostitutiva di atto notorio resa (art. 47, D.P.R. n. 445/2000) esente da bollo, attestante:

a) di non rientrare nella definizione di impresa in difficoltà in base alla definizione di cui all’art. 2, punto 18, del regolamento (UE) n. 651/2014 della Commissione, del 17 giugno 2014;

b) di non aver ricevuto e non ancora restituito un aiuto di Stato dichiarato illegale e incompatibile con decisione della Commissione europea, salvo che lo abbiano rimborsato o depositato in un conto bloccato;

c) limitatamente alle imprese del settore pesca, di disporre di almeno un’imbarcazione risultante in armamento alla data del 3 giugno 2020.

d) limitatamente alle imprese del settore acquacoltura, di essere iscritti come impresa attiva nel Registro imprese in data antecedente al 3 giugno 2020 e di risultare in attività alla data della presentazione della domanda di accesso ai contributi di cui al presente decreto;

e) che gli aiuti complessivamente richiesti non superino i 120.000 euro per impresa, nel periodo di vigenza delle norme comunitarie;

f) che l’attività prevalente risulta essere la pesca marittima ovvero che l’attività prevalente risulta essere l’acquacoltura.

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Rafforzamento patrimoniale delle imprese dei soggetti di medie dimensioni

Ai soggetti che effettuano tra il 20 maggio 2020 e il 31 dicembre 2020 conferimenti in denaro in una o più società è riconosciuto un credito d’imposta in misura pari al 20 per cento dell’ammontare del conferimento medesimo. Il conferimento massimo su cui calcolare il credito d’imposta non può eccedere l’importo di euro 2.000.000. Il Mef con il decreto 10 agosto 2020 reca i criteri e le modalità di applicazione e di fruizione dei crediti d’imposta.

L’articolo 26 del Dl Rilancio introduce un importante insieme di misure di sostegno per le società di capitali o cooperative (ad esclusione di quelle che operano nei settori bancario, finanziario e assicurativo) che effettuino un aumento di capitale, abbiano sede legale in Italia, ricavi compresi fra 5 e 50 milioni di euro ed abbiano registrato nei mesi di marzo e aprile 2020, a causa dell’emergenza Covid-19, un calo dei ricavi non inferiore al 33% rispetto al 2019.
Sono previsti un credito di imposta del 20% della somma investita, con un investimento non superiore ai 2 milioni di euro e partecipazione posseduta fino al 31 dicembre 2023, per i soggetti che effettuano conferimenti in denaro in esecuzione di un aumento di capitale, in una o più società, ed un ulteriore credito pari al 50% delle perdite eccedenti il 10% del patrimonio netto, fino a concorrenza del 30% dell’aumento di capitale stesso. Viene inoltre istituito il “Fondo Patrimonio Pmi” che potrà sottoscrivere obbligazioni o titoli di debito di imprese con ricavi superiori a 10 milioni che effettuano un aumento di capitale non inferiore ai 250.000 euro.
Il decreto attuativo sul credito d’imposta prevede la presentazione delle istanze all’Agenzia delle Entrate, secondo termini e modalità che saranno definiti con Provvedimento del Direttore della stessa Agenzia, che, verificata la correttezza dei dati, riconosce il credito stesso. L’Agenzia delle Entrate, entro 30 giorni dalla presentazione delle istanze, comunica poi l’esito della richiesta e, in caso di esito positivo, l’importo del credito effettivamente spettante.
Il decreto attuativo sul Fondo Patrimonio Pmi, firmato una volta conclusa positivamente l’interlocuzione con la Commissione Europea, specifica le condizioni e i termini degli strumenti finanziari subordinati che potranno essere sottoscritti a valere sul Fondo stesso, che ha una dotazione di 4 miliardi di euro e verrà gestito da Invitalia. Gli strumenti finanziari subordinati sono remunerati ad un tasso agevolato e non è prevista una valutazione del merito di credito per l’accesso alla misura. Il finanziamento deve essere destinato ad investimenti, capitale circolante e costi del personale. Vengono incentivati gli investimenti finalizzati alla sostenibilità ambientale o all’innovazione tecnologica, oltre che a fronte del mantenimento dei livelli occupazionali, attraverso una riduzione del valore di rimborso. A salvaguardia delle risorse pubbliche sono previsti obblighi informativi e il monitoraggio sull’andamento delle imprese beneficiarie. Tra i principali benefici attesi da questa misura ci sono il rafforzamento della struttura patrimoniale delle Pmi, grazie all’apporto dei capitali privati e all’effetto amplificativo del prestito statale, l’immediata liquidità disponibile per le aziende e una maggiore facilità di accesso al credito bancario. È previsto un processo di richiesta ed erogazione semplice e rapido, gestito da Invitalia, che pubblicherà a breve sul proprio sito Internet il modello uniforme di istanza e della restante documentazione richiesta ai fini dell’accesso alla misura.